Contro Francesca Albanese si è schierato mezzo mondo: Germania, Francia, Stati Uniti. Anche dall'Italia, eccezion fatta per la sinistra, il coro è unanime: la relatrice speciale deve essere cacciata dall'Onu. La ragione? Il suo odio per Israele, le frasi aberranti rivolte contro lo stato israeliano.

Bene, il punto è che ora, al coro di chi invoca le dimissioni, si aggiunge anche Bernard-Henri Lévy, il celebre filosofo francese, originario di una famiglia ebraica algerina. E di ancor più clamoroso c'è che il suo intervento viene ospitato nelle pagine dei commenti de La Stampa, il quotidiano torinese.

"E così, dunque, la stampa avrebbe mentito. Il ministro degli Affari esteri francese si sarebbe sbagliato. I governi europei avrebbero esagerato. E la signora Albanese sarebbe vittima di una subdola manovra", premette Levy riferendosi alla Albanese e al suo goffo tentativo di autodifesa, nel suo goffo tentativo di respingere le molteplici richieste di dimissioni.

"Prima di tutto, la dichiarazione controversa", riprende il filosofo per ricordare al lettorato la frase che ha innescato la sollevazione contro la Albanese, "Il suo contesto (parola molto cara alla signora Albanese): 7 febbraio 2026, a un forum di Al Jazeera a Doha. In questo contesto, un gruppo di lavoro dedicato alla causa palestinese vede Khaled Mesh'al, uno degli ultimi capi rimasti di Hamas, e Abbas Araghchi, ministro di un regime iraniano che in tempi recenti ha assassinato trentamila suoi concittadini, prendere la parola, poco prima o poco dopo la signora Albanese. Questa la frase pronunciata: Noi – che non controlliamo ingenti quantità di capitali finanziari, di algoritmi e di armi – adesso sappiamo che il genere umano ha un nemico comune", ricorda Levy le sue parole.