Non solo società cartiere o imprese “apri e chiudi”. La lotta all’evasione Iva si combatte anche sul fronte delle incongruenze dichiarative. Con analisi di rischio che, incrociando i dati, inquadrano detrazioni Iva superiori a quelle che emergono dalle fatture, oppure ricavi effettivi che valicano il volume d’affari dichiarato, come ha spiegato a Telefisco 2026 il direttore delle Entrate, Vincenzo Carbone. Perché il “nostro” gap Iva – pur inferiore di 2,1 miliardi rispetto al livello pre-Covid – rimane ancora consistente: 25 miliardi di euro, secondo il report 2025 della Commissione Ue («Vat gap in Europe»).
Il dato, riferito all’anno d’imposta 2023, rappresenta il compliance gap: cioè la differenza stimata tra le entrate potenziali in regime di piena conformità e le somme realmente riscosse dal Fisco. Una differenza che in Italia è pari al 15% e tra i Paesi Ue ci colloca al quinto posto di questa ingloriosa classifica, dopo Romania (30%), Malta (24,2%), Polonia (16%) e Lituania (15,1%). Mentre in termini assoluti siamo secondi solo alla Germania, il cui gap Iva di 31,3 miliardi dipende però anche dalla maggior dimensione dell’economia tedesca e corrisponde al 9,7% in termini relativi.








