Le batterie a celle di flusso redox sono una delle risposte più promettenti al problema dello stoccaggio energetico delle fonti rinnovabili, ma un team di ricerca dell’Université de Montréal e della Concordia University ha alzato l’asticella: usare una molecola organica capace di immagazzinare energia per mesi con perdite minime. Ma c’è un limite. Le batterie redox non hanno ancora fatto breccia nel settore dello storage a causa dei costi elevati iniziali, bassa densità energetica e l’immaturità tecnologica rispetto alle tradizionali ioni di litio. Eppure industria e comunità scientifica concordano che potenzialmente sarebbero perfette per l’accumulo stagionale: ad esempio produrre energia solare/eolica nei mesi ideali e consumarla (o venderla) in altri.

Come funzionano le redox

Si tratta di batterie a flusso che immagazzinano energia in elettroliti liquidi separati in serbatoi esterni, pompati attraverso una cella elettrochimica per reazioni redox reversibili. Al contrario, le batterie agli ioni di litio usano ioni di litio solidi che si muovono tra elettrodi in una struttura compatta. Nel primo caso più grandi sono i serbatoi, maggiore è la capacità di stoccaggio. Al centro della cella si trova una membrana attraverso la quale i liquidi provenienti da entrambi i serbatoi scorrono senza mai mescolarsi. Di fatto le molecole non attraversano la membrana, ma condividono solo i loro elettroni trasferendoli attraverso i rispettivi elettrodi. Questa sorta di “contatto” produce il fenomeno di ossidoriduzione (appunto redox) che consente la ricarica o la scarica della cella a combustibile.