La fascia più povera della popolazione spende ogni anno per la propria salute fino a 2 mila euro in meno rispetto a quella più abbiente. C’è inoltre un’ampia fetta - il 57% - della parte più povera che non dichiara alcuna spesa sanitaria privata. Sono alcuni dei dati del rapporto "Quando i soldi non bastano - Il razionamento sanitario in Italia”, presentato oggi a Roma, che conferma come, nonostante il carattere universalistico del servizio sanitario nazionale, l'accesso alle cure in Italia sia fortemente condizionato dalla capacità economica dei singoli.

La ricerca, realizzata da Acli, Caf Acli, NeXt Nuova Economia per Tutti e dall’Università di Roma Tor Vergata, si basa sull’analisi di oltre 8 milioni di dichiarazioni dei redditi trasmesse tra il 2019 e il 2024.

Dall’analisi per scaglioni di reddito emerge come i limiti di accesso alla sanità pubblica (lunghi tempi di attesa e carenze nei servizi di cura non emergenziale) spingano chi può permetterselo verso la spesa privata, lasciando indietro le fasce più fragili. In particolare a parità di condizioni di salute, i contribuenti più poveri spendono tra i 1.000 e i 2.000 euro in meno all'anno in cure sanitarie rispetto ai più abbienti. Se ci si concentra sulla fascia di reddito più bassa, oltre la metà (il 57%) non dichiara nessuna spesa sanitaria privata. Ampia la differenza nella spesa per farmaci: se lo scaglione più alto spende 415 euro, quello più basso 278. A riprova del fatto che si tratti di ‘razionamento’, cioè di bisogni a cui non si dà risposta per mancanza di capacità economica, lo studio mostra che nei casi in cui si registra un aumento del reddito, parallelamente, segue una crescita della spesa sanitaria.