«Ma quali cinque mesi, al massimo dovrete resistere cinque settimane», avrebbe risposto irritato Vladimir Putin al dirigente di una compagnia energetica di Stato che alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina calcolava appunto in cinque mesi la durata delle riserve strategiche alla prova del temuto blocco commerciale. L’economista Aleksandra Prokopenko racconta questo episodio in “Souchastniki” (I complici), libro che si interroga sulla scelta delle élite russe di assecondare i piani del Cremlino: malgrado la consapevolezza di doversi aspettare ben di peggio della “turbolenza” di cui parlava il presidente. «L’economia non reggerà alla guerra, i contraccolpi supererebbero i vantaggi – diceva un altro manager di Stato una settimana prima del 24 febbraio 2022 -. Con la guerra non ci guadagna nessuno, dunque non ci sarà».
Come si sarebbe comportato Putin, se si fosse visto allora al punto in cui è oggi, ben lontano dagli obiettivi che pensava di centrare in poche settimane? Avrebbe invaso lo stesso, avrebbe accettato il prezzo di questa “operazione militare speciale”? Solo lui può rispondere. Gli altri possono però fare un bilancio di quattro anni di guerra, dando una dimensione a quel “prezzo”: in questo caso, l’impatto economico sulla Russia. Un conto, naturalmente, non ancora definitivo.







