È il sogno di un’intera generazione, ripetuto in convegni, saggi e campagne elettorali: riconnettere Bari al mare. Quell’azzurro al quale la città dà le spalle grazie a un lungomare che il fascismo ha voluto di caserme, scuole e altre sedi istituzionali. La risposta sarebbe il Parco del castello svevo, finanziato con 55 milioni di euro. Ma il progetto trova un nuovo ostacolo nella geologia, disciplina diventata più severa con gli effetti del surriscaldamento globale, come si è visto con le mareggiate degli ultimi giorni.
“Io, insegnante con due lauree e un master per 600 euro al mese: sono un adulto in cameretta”
di Vincenzo Pellico
La riqualificazione prevede infatti l’interramento a una profondità di oltre sei metri, per una lunghezza di settecento, di corso De Tullio e del parallelo asse portuale. Le auto passerebbero da un tunnel sopra il quale i pedoni raggiungerebbero dal castello il porto.
Ed ecco l’allarme dei tecnici: «L’opera costituirà uno sbarramento all’attuale deflusso della falda idrica sotterranea verso il mare», scrive sulla rivista Ambiente & Ambienti, il docente Giuseppe Spilotro. E Antonello Fiore, presidente della Sigea, la società italiana di geologia ambientale, conferma le perplessità, paventando, come conseguenza «l’inevitabile effetto di sovralzamento per acquisire l’energia necessaria al nuovo percorso delle acque sotterranee verso il mare». A rischio sarebbero, così «tutti gli ambienti sotterranei della città vecchia, alcuni dei quali di inestimabile valore artistico e storico (le cripte di San Nicola e della Cattedrale) e altri locali ormai consolidati nei tour di Bari Sotterranea e di Bari underground, già vulnerati dalla risalita del livello mare che negli ultimi 30 anni ha raggiunto i 3-4 millimetri all’anno». Potrebbero risentirne, a monte, anche gli scantinati delle abitazioni di molti stabili del Murattiano, già a rischio allagamento.






