«Non dovevi diventare una notizia, dovevi diventare grande». Poco fuori la casa di Domenico e mamma Patrizia Mercolino, a Nola, qualcuno ha attaccato uno striscione scritto a mano, in stampatello, con la vernice blu. Da qualche ora, in quell’altarino improvvisato e protetto da una semplice transenna, si fermano conoscenti della famiglia, passanti, gente che fino a un paio di settimane fa non sapeva nulla del bimbo col cuore “bruciato” e che però, adesso, intende lasciare un piccolo messaggio, un segno di solidarietà a quella donna coraggiosa e dignitosa che per due mesi non si è persa d’animo nemmeno un secondo. C’è chi porta un fiore, chi accende un piccolo cero, chi lascia un orsacchiotto e chi, semplicemente, si ferma il tempo di una preghiera, del segno della croce e di un requiem a occhi bassi, col groppo in gola e il viso tirato.

Il paesotto di Nola è sconvolto. Ha già annunciato il lutto cittadino per il giorno dei funerali, nonostante non siano ancora stati fissati dato che prima bisogna attendere l’autopsia disposta sul corpicino di Domenico. Lui, Domenico Caliedo, due anni e mezzo appena, piccolo, piccolissimo, coi capelli color dell’oro e gli occhioni scuri, morto per una catena di errori inimmaginabili, che ha resistito per 59 giorni attaccato ai tubicini dell’Ecmo, il macchinario per l’ossigenazione extra-corporea, che ha commosso mezza Italia e straziato l’altra metà, per cui, ora, dopo l’epilogo infausto di questa vicenda senza senso, la priorità è solo una: ottenere giustizia.