Le chiamano “percorsi di accompagnamento”, “cammini di guarigione”, “sostegno spirituale”. In realtà le terapie di conversione sono pratiche volte a cambiare, reprimere o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità o l’espressione di genere di una persona. Le Nazioni Unite le hanno quindi più volte ricondotte alla categoria dei trattamenti inumani e degradanti. Eppure, in Europa, il quadro normativo resta disomogeneo: accanto a Paesi che le vietano in modo esplicito, altri non dispongono ancora di un divieto organico.

La questione è tornata al centro del dibattito continentale dopo che, a fine gennaio 2026, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri a introdurre un bando legislativo completo. Il testo chiede di vietare tutte le forme di terapie di conversione, di rafforzare i servizi di supporto alle persone sopravvissute, di istituire sistemi di monitoraggio e raccolta dati e di promuovere campagne di sensibilizzazione sui danni prodotti da queste pratiche.

Secondo ILGA Europe, che ha sostenuto la necessità di un intervento coordinato, il punto cruciale è includere nel divieto anche le pratiche presentate come “consensuali”, poiché il consenso può essere ottenuto in contesti di forte pressione familiare, religiosa o sociale.