Da almeno quattro testimonianze e dagli interrogatori di tre degli altri agenti indagati emerge "un quadro allarmante dei metodi di intervento" di Carmelo Cinturrino "durante le operazioni" anti-spaccio "nei boschi di Rogoredo" e "una pregressa conoscenza" tra lui e il marocchino Abderrahim Mansouri, "la cui natura non appare allo stato chiarita".
Un "quadro significativamente allarmante sulle potenzialità criminali" del poliziotto fermato per l'omicidio volontario del 28enne pusher nordafricano. Lo si legge nel decreto di fermo. Uno degli altri agenti ha messo a verbale che Mansouri non era "il fulcro della piazza di spaccio (...) a noi non interessava di lui, non più rispetto ad altri spacciatori".
Non solo, Cinturrino "potrebbe fuggire perché nella sua disponibilità sono stati trovati diversi alloggi". Da qui il fermo dell'agente, motivato appunto dal "pericolo di fuga". Nella richiesta al gip di convalida del fermo del sostituto Giovanni Tarzia e del Procuratore Marcello Viola si farebbe riferimento invece a un "pesantissimo" rischio di inquinamento probatorio, al pericolo di reiterazione di altri reati, e alle pericolosità sociale del 41enne di Messina che, secondo fonti inquirenti, sarebbe emersa in modo "inquietante" dalle indagini. Il poliziotto, peraltro, "poteva reiterare il reato". Tradotto: poteva uccidere ancora, secondo gli inquirenti.













