Perché dire No.
Il benaltrismo non fa bene al dibattito sulla riforma, dicono. Non lo dicono a coloro che, quotidianamente, e dall’alto di una carica istituzionale o politica – presidenti del consiglio, ministri, sottosegretari, deputati, senatori, partiti politici, comitati e associazioni – continuano a ripetere, incessantemente, che con il Sì al referendum la giustizia sarà più efficiente, porrà fine all’immigrazione irregolare, debellerà la delinquenza comune e restituirà finalmente sicurezza ai cittadini. Noi, comunque, siamo d’accordo, e proprio per questo da mesi ripetiamo che questa riforma della magistratura (non della giustizia, come ammettono ormai anche i proponenti, sia pure a giorni alterni) non solo non risolve i veri problemi (i tempi dei processi, gli errori giudiziari, l’ipertrofia della fase delle indagini e delle misure cautelari, le condizioni indecorose dei tribunali, i ritardi e le inefficienze del processo telematico), ma aggraverà quelli cui vorrebbe porre rimedio, ai danni dei cittadini tutti e degli stessi avvocati. Mi limito a indicarne tre, sui punti essenziali della proposta di revisione costituzionale.
Primo. La separazione delle carriere in sé non è uno scandalo, ma neppure una misura salvifica, universale e necessaria, come si dice. Dipende da come viene realizzata. In Italia la Corte Costituzionale (Presidente Vassalli, relatore Onida) ha detto a suo tempo che si può fare con legge ordinaria, il governo ha scelto invece di mettere mano alla Costituzione, perché vuole due Csm separati e – dicono – una divisione verticale, senza contaminazioni ed eccezioni, sin dal concorso. Se non che, a tacer d’altro, un corpo inamovibile, autonomo e indipendente di Pubblici Inquisitori, che dispone della polizia giudiziaria e risponde solo a sé stesso non esiste in nessun Paese del mondo. Ovunque, dove vige la separazione, o i pm non sono magistrati, o dipendono in qualche modo dal potere politico. Se i problemi cui si vuole porre rimedio sono l’ipertrofia dell’Accusa e la disparità delle parti, la riforma li aggrava, senza peraltro favorire la terzietà del giudice. Giudici e pm resteranno magistrati, vincitori di concorso e titolari di un potere pubblico. Colleghi, quindi, sideralmente lontani – anzi, ancora più lontani – dagli avvocati, professionisti privati che tutelano i diritti e le garanzie individuali dagli abusi di quel potere: se passerà la riforma, non ridotto, ma moltiplicato per due.








