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Un podcast in dieci puntate racconta l’epopea ampezzana della Padovan, la donna che trasformò la sua casa in un ristorante privato ante litteram ospitando le più grandi menti che passavano per la località delle Dolomiti. Si mangiavano i casunzei e si parlava di libri, si assaggiava la selvaggina e si facevano pettegolezzi editoriali, si piluccava lo strudel e nascevano litigi e alleanze
C’è una Cortina d’Ampezzo che non compare nelle cartoline e nemmeno nei rendering dei Giochi Olimpici appena terminati. È una Cortina domestica, fatta di stufe accese e tavoli apparecchiati, che nel Novecento ha funzionato da crocevia culturale senza bisogno di festival. Al centro, una donna: Rachele Padovan. Nata nel 1916 e scomparsa nel 1999, trasformò la propria casa in una sorta di ristorante privato ante litteram, dove la cucina ampezzana diventava pretesto e collante per discussioni letterarie, amicizie, talvolta scontri.
Attorno al suo focolare sono passati nomi che oggi riempiono bibliografie e teatri: Andrea Zanzotto, Dino Buzzati, Giovanni Comisso, Ernest Hemingway, Goffredo Parise, Neri Pozza, Filippo de Pisis, Franco Zeffirelli, Vittorio Gassman. A Cortina trovavano ospitalità, ma soprattutto un luogo dove la conversazione non era un accessorio del pasto: era la portata principale. I casunziei arrivavano insieme a un dibattito sulla lingua, la selvaggina accompagnava una discussione editoriale, lo strudel chiudeva la serata con qualche verità non sempre diplomatica.






