Tenersi le azioni e dimenticare di averle. È questo il mantra dei cassettisti: investitori che comprano azioni, possibilmente di società blasonate, per poi tenerle nel cassetto con la speranza di assistere a una lineare crescita nel tempo delle quotazioni del titolo. L’obiettivo, inoltre, è di portarsi a casa ogni anno un dividendo, più o meno ricco, e questo basta per fargli dormire sonni tranquilli.
Una tipologia di investitori molto apprezzata da chi guida le aziende quotate, soprattutto quando i listini innestano brusche retromarce: la presenza nel proprio libro soci di azionisti orientati a investimenti di lungo termine potrebbe essere un antidoto per attenuare le fluttuazioni dei prezzi di Borsa che potrebbero anche destabilizzare la governance societaria.
Ma nessuna società quotata a Piazza Affari prevede incentivi per far entrare e mantenere nel proprio azionariato questi investitori di lungo corso. Eppure dal 5 marzo 2010, con la modifica al Testo Unico della Finanza apportata con il Dlgs n.27 che ha recepito la Direttiva Ue 2007/36 sui diritti degli azionisti, è stata data facoltà (non è un obbligo) alle società quotate di inserire nello Statuto la possibilità di attribuire un dividendo maggiorato fino al 10% per gli azionisti più longevi che detengono il titolo per lungo tempo: l’articolo 123-quater del Tuf prevede almeno un anno (lo Statuto può prevedere periodi più lunghi). Inoltre l’incentivo può essere previsto solo per i soci che non esercitano un’influenza dominante sulla società (né direttamente né tramite patti parasociali). In ogni caso il premio può andare a beneficio solo degli azionisti che non abbiano partecipazioni superiori allo 0,5% (o la minore percentuale indicata nello Statuto).











