Il mondo dei club deal vive una fase turbolenta. Negli ultimi anni in un mercato asfittico sul fronte delle quotazioni quella dei club deal è stata una modalità di investimento diretto in imprese non quotate fatto da un gruppo di privati con una visione condivisa (talvolta con sponsor finanziario) per apportare capitale di rischio in una Pmi e conseguire plusvalenze con l’exit.
Tra le ragioni del successo c’è sicuramente la possibilità di accedere a opportunità percepite come “esclusive” che riguardano Pmi in fasi di sviluppo prima dell’eventuale quotazione in Borsa. Nel 2024 quasi l’8% dell’operazioni di private equity sono state realizzate tramite club deal.
La stretta fiscale
Ora però «la stretta prodotta dalla Legge di Bilancio 2026 sui dividendi e le plusvalenze per le holding familiari, i family office e gli accordi di club deal – sottolinea Stefano Massarotto, partner dello studio legale tributario Facchini Rossi Michelutti – provoca una multipla imposizione economica sugli utili societari». In sostanza, le nuove norme andrebbero a penalizzare molti veicoli di investimento, in particolare quelli che riuniscono gruppi di imprenditori o famiglie che spesso detengono quote minoritarie ma con un ruolo determinante nel finanziamento delle aziende target. In questo contesto avanza l’opzione Fia (Fondi di investimento alternativi).









