Acquista, tieni, incassa. La filosofia del cassettista è stata premiata dalle performance dei tre titoli “preferiti” dagli italiani: chi ha comprato Poste Italiane il giorno della quotazione, nell’ottobre del 2015, ha oggi in tasca (dividendi compresi non reinvestiti), un rendimento annuo del 19,30%; chi aveva puntato su Eni nel 1995 ha incassato l’11,38% ogni 12 mesi; chi è entrato su Enel alla privatizzazione del 1999 il 5,85% annuo. Non solo. I tre titoli hanno nella maggior parte dei casi anche battuto alcuni indici di riferimento - per esempio Msci Eurozona, Msci utility (in quest’ultimo caso Enel non ce l’ha fatta di poco, si veda grafico). Insomma, niente male.

In un mercato globale sempre più complesso, però, la strategia del “compra e dimentica” mostrerebbe oggi lacune colmabili, secondo gli esperti, con i classici ingredienti di una buona gestione del portafoglio: diversificazione di strumenti, anche a livello geografico.

Diversificare è un obbligo

«La diversificazione – spiega Sebastiano Parillo, ad di Uno Capital - non è una scelta, è un obbligo. Su patrimoni non elevati, costruire un portafoglio su singole azioni aumenta il rischio specifico in modo poco efficiente». La soluzione sarebbe costituita dagli Etf. «Oggi – continua Parillo - il mercato offre moltissime soluzioni coerenti con ogni obiettivo: Etf sui dividendi, su una singola area geografica come l’Italia o su un settore specifico come le utilities. Si riduce il rischio della singola azienda senza rinunciare necessariamente al rendimento».