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Nei cantieri di molte grandi opere finanziate con i fondi europei del PNRR si vedono ancora gli striscioni con la scritta “impresa Manelli”, ma dentro non c’è nessuno: è tutto fermo da quando alla fine della scorsa estate hanno smesso di arrivare gli stipendi. Manelli è un nome conosciuto nel settore dell’edilizia perché negli ultimi anni l’impresa, che ha sede nella cittadina pugliese di Monopoli, si è accaparrata decine di appalti con una strategia ambiziosa, col senno di poi troppo rischiosa. È cresciuta molto velocemente, allargandosi fino ad assumere quasi un migliaio di dipendenti, e proprio quando sembrava che potesse diventare una delle principali imprese edili italiane è andata in crisi, lasciando nei guai molte città.

A Palermo gli operai che fino a poche settimane fa scavavano per costruire la nuova rete fognaria stanno protestando perché non vengono pagati da mesi. Mercoledì hanno messo una bara davanti a una recinzione: «Il cantiere è morto», hanno scritto su uno striscione. Alla fine di gennaio erano saliti in cima a un silos per chiedere aiuto alle istituzioni.

In altre regioni la protesta è stata meno eclatante. Alla fine di ottobre in provincia di Treviso gli operai impegnati nella manutenzione dell’autostrada A27, che collega Venezia a Belluno, hanno organizzato uno sciopero. C’è stato uno sciopero anche in provincia di Padova, dove la Manelli stava costruendo l’ospedale di Este. Ad Ancona l’università si chiede quando ripartiranno i lavori di riqualificazione del cosiddetto Palazzo di Vetro, dove dovrebbe trovare posto il nuovo rettorato. A Montalto Uffugo, in Calabria, speravano che l’impresa potesse finalmente finire un sottopasso ferroviario atteso da 10 anni, invece dovranno aspettare ancora.