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Ultimo aggiornamento: 9:12

di Alberto Iannuzzi*

Nel copione ormai consolidato dello scontro tra politica e magistratura, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni torna ad agitare lo spettro della “giustizia politicizzata”. Stavolta il casus belli è la sentenza che ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire i danni causati dal fermo della nave “Sea Watch“. Si tratta di una delle tante, centinaia di decisioni, che vengono prese ogni giorno dai Tribunali d’Italia, che riconoscono il diritto al risarcimento in favore di chi subisce un danno derivante da un comportamento illegittimo. Secondo Palazzo Chigi, però, si tratta di una decisione assurda, surreale e soprattutto “politicizzata“, mossa dall’intento di ostacolare la politica governativa volta a contrastare l’immigrazione illegale. I giudici vengono accusati di non aver applicato il diritto, ma di aver agito sotto la spinta di un’ideologia antigovernativa, travestita da toga.

Il punto, però, è un altro. In uno Stato di diritto il giudice non è un alleato dell’opposizione, ma nemmeno del Governo di turno. È solo un organo istituzionale che applica la legge, anche quando ciò produce conseguenze sgradite al governo in carica. Pertanto, la vicenda “Sea Watch”, che chiama in causa l’operato dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, deve essere valutata come una delle tante questioni giuridiche che i magistrati decidono ogni giorno: se un atto amministrativo è illegittimo e provoca un danno, lo Stato ne risponde. Non è un’opinione, è un principio cardine dello Stato di diritto. In questo caso lo Stato non è un sovrano assoluto, ma è soggetto alla legge come qualsiasi cittadino.