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Io che festeggio il "cuoriversario"

Quasi 26 anni fa ho ricevuto un "cuore nuovo" che mi ha salvato la vita. Sempre in quei giorni una bambina di soli sei mesi di nome Sara, ricoverata come me al Bambino Gesù di Roma, è deceduta perché non arrivò in tempo un cuore adatto da trapiantare in un corpicino così piccolo. Fu uno strazio per l'ospedale, per il personale medico-sanitario e, ovviamente, soprattutto per la famiglia. Quel che accomuna la tragedia di allora e quella di questi giorni è il dolore ugualmente atroce che oggi colpisce la madre del bambino ricoverato al Monaldi di Napoli e allora colpì la madre della piccola Sara.

Non sono padre, ma percepisco l'immenso dolore di entrambe. Quella madre che ho conosciuto nel maggio del 2000, infatti, aveva già avuto due aborti spontanei e la sopravvivenza della piccola Sara era l'unica speranza di poter vedere crescere una figlia. La morte di questa neonata mi colpì molto. Trascorsi i mesi successivi al trapianto a pormi una serie di domande. Perché io, che comunque avevo già 17 anni, ero ancora vivo mentre quella bimba non arrivò nemmeno a compiere un anno? Perché, a volte, la vita sembra più simile a una lotteria? Dal 25 maggio del 2000, giorno del mio trapianto di cuore, questi dubbi esistenziali ritornano periodicamente nella mia testa e nel mio cuore ogni volta che un trapiantato di cuore passa a miglior vita.