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Insomma, lo abbiamo stra-capito, stra-raccontato, e il film è solo all’inizio. Manca un mese al referendum ma la trama è già nota: l’appuntamento è diventato un voto politico. Giorgia Meloni avrebbe potuto dire, una volta approvata la riforma: il mio lavoro finisce qui, offro questa opportunità al Paese, io mi dedico alle fatiche del governo e del Paese, in questo mondo così incasinato, senza diventare un soggetto vigoroso della battaglia e lasciando discutere sul merito esperti, giuristi, cittadini, la politica con toni civili, e anche facendo emergere quelli dell’altro campo favorevoli a un sì sui contenuti.
E invece ha politicizzato la pugna, nell’ambito di un vero e proprio cambio di fase all’insegna della radicalizzazione, che cancella il merito e toglie argomenti a chi era pur favorevole alla riforma, trascinando la sinistra su un no tutto politico. Dicevamo, la radicalizzazione: sul fronte internazionale, dove ogni occasione è buona, dal libro stampato in America con prefazione di JD Vance, alla polemica col cancelliere Mertz in difesa del mondo Maga, alla partecipazione al board di Trump, per accreditarsi come la migliore amica della Casa Bianca, per contiguità ideologica.






