C’è una parola che torna spesso parlando con Francesco Renga: responsabilità. È da qui che nasce Il meglio di me, il brano con cui torna a Sanremo: un punto di arrivo e insieme di svolta, con il sapore evidente del riscatto. «Il brano parte da un’idea semplice e scomoda: non è l’altro a dover sistemare ciò che non va. Viviamo in un tempo in cui gli uomini rischiano di nascondere quello che non torna. Ma è proprio guardando il peggio e assumendosi tutta la responsabilità che si può cambiare davvero». È un invito alla maturità emotiva, a non scappare più. «Non sono perfetto, ma ci sto provando. Anche se ancora mi capita di scappare. Però questa canzone fotografa una presa di coscienza. A quasi sessant’anni un uomo deve guardarsi allo specchio con la maturità che l'età impone». La prima fuga ha una data precisa: «Quando mia madre è morta avevo 17 anni. Da lì è cominciato tutto». Un’assenza che ha segnato anche le relazioni più importanti, «come quella con Ambra Angiolini», ammette, parlando di nodi irrisolti. L’arte è stata un modo per aggirare il dolore: «Il pop è difficilissimo: devi evitare le banalità usando un linguaggio semplice». Poi i Timoria, rifugio e insieme fuga: «Erano la mia famiglia mentre la mia si disgregava. Ma anche lì, alla fine, stavo scappando dal peggio di me». Confessa di avere “buchi” di memoria di quegli anni, come se avesse cancellato pezzi di vita reale. «A un certo punto devi chiederti: perché mi sono fatto così male? Cosa sto nascondendo? E allora devi uscirci, con l’aiuto di qualcuno, della terapia, di chi vuoi... ma devi». Padre di Jolanda 22 anni e Leonardo 19, guarda ai figli con occhi nuovi. «La loro generazione ha preso una mazzata enorme con il Covid. Il primo anno di liceo chiusi in casa è stato pesante». La famiglia, dice, deve intercettare il disagio: «C’è stato un momento in cui uno dei miei figli non stava bene. Gli abbiamo chiesto se avesse bisogno di aiuto non è servito ma l’importante è stato esserci». Quello che l'artista Tanta roba eh! Però dai, - dice con il suo tono scanzonato - la vittoria con “Angelo” nel 2005 fu quasi casuale. Questo qui è importante, è quello della novità». In effetti nella vita di Francesco nuova etichetta, nuova squadra, un suono più asciutto: «Ho tolto molto, meno vibrato, più essenziale. Le strofe sono mie. Ho cercato modernità senza tradire ciò che rappresento». Ammette errori fatti in passato: «Ho fatto scelte sbagliate per essere fruibile a tutti e a tutti i costi. Ma una canzone con il mio timbro e parole con un testo magari scritto da un ragazzo di vent'anni che ha la sua storia e le sue esperienze che per forza non mi appartengono, non può funzionare e così è stato». Le prove con l’orchestra lo hanno sorpreso: «Non ho sentito la pressione ma la calma di un'orchestra importante». Per la serata delle cover duetterà con Giusy Ferreri in “Ragazzo solo, ragazza sola”, versione italiana firmata Mogol della “Space Oddity” di David Bowie: «Un pezzo difficile, quasi intoccabile. Ma una bellissima scommessa». E se il risultato non arrivasse? Renga sorride: «Sono felice se arriva il messaggio. Il resto viene dopo». C’è un Sanremo che non rifarebbe? «Forse quello del Covid. Ma per il resto rifarei tutto. Anche gli errori». Il riscatto di Francesco Renga, oggi, passa proprio da lì: dalla scelta di non scappare più.