Milano rimane il luogo ove le grandi modernizzazioni si presentano più intensamente, dove «il gioco si rivela meglio», per dirla con Braudel. Uno dei punti più illuminanti sui processi in atto rimanda al tema dell’abitare. Snodo ove si consolidano nuove élite, si aprono nuove faglie sociali e territoriali nella metamorfosi della «città che sale». L’archetipo dell’abitare come uno dei motori centrali dell’industria urbana impatta e svela la composizione sociale della città.
Dopo il 2008, con l’atterraggio in città dei grandi sviluppatori immobiliari globali, l’industria dell’abitare non si è limitata a realizzare la città edificata, ma si è configurata come meccanismo che mette a valore la socialità urbana, il capitale sociale della città, fatto di infrastrutturazione e coesione da tradurre in una vera e propria industria dei servizi all’abitare. Ne è emersa, specie dopo l’Expo, una neoindustria dei bisogni dell’abitare, che assembla in grandi piattaforme: finanza, filiera delle costruzioni, reti infrastrutturali, attrattività turistica, industria degli eventi, della ricerca e dell’alta formazione. Siamo di fronte al costituirsi di un’industria che produce ed estrae valore trasformando quella che era un’economia fondamentale della riproduzione sociale in processi di valorizzazione dello spazio urbano, un tempo bene collettivo.






