«Sono distrutta, non riesco ad accettare quello che mi è stato detto oggi. Fin quando mio figlio respirerà la speranza non muore. Non posso arrendermi, non ora». Le lacrime rigano il volto di mamma Patrizia mentre prova a parlare. Per tutta la notte ha sperato che quel cuoricino arrivato dal Nord Italia fosse davvero quello giusto. Quello capace di riportare suo figlio alla vita di sempre. Così la notte prima l’ha passata in macchina, parcheggiata davanti all’ospedale. Il telefono tra le mani, lo sguardo fisso sulle finestre della terapia intensiva, per non perdere una chiamata. Se il cuore fosse stato confermato, voleva essere lì. Subito. Pronta a dire al figlio, e a se stessa, che il ritorno a casa poteva essere più vicino. Ha dormito a tratti, con il motore acceso a intermittenza per scaldarsi. Pur di non allontanare lo sguardo da quelle finestre, tra la paura e la speranza di un miracolo.
Da 58 giorni suo figlio è attaccato all’Ecmo, una macchina che sostituisce cuore e polmoni e che, dicono i medici, regge tutt’al più due o tre settimane. Lui, piccolo eroe, è già andato oltre.
Ha resistito quasi due mesi. «Il mio guerriero» lo chiama lei. Un tempo che per quella macchina è fuori statistica. In queste settimane la terapia intensiva è diventata il loro mondo: palloncini rossi legati al lettino, peluche giganti appoggiati in un angolo, musica bassa per fargli sentire che la vita è ancora lì. Martedì notte la notizia del possibile donatore aveva riacceso tutto. Patrizia Mercolino aveva creduto che quel cuore fosse il segno che aspettavano. Aveva pregato insieme al cardinale Battaglia, di nuovo. «La sua è una presenza importante per me e per la mia famiglia».











