Il governo di destra usa di nuovo una pronuncia di un tribunale su questioni dell’immigrazione come bandiera nella marcia verso il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Il caso è la decisione dei giudici di Palermo che hanno disposto un risarcimento alla ong Sea Watch condannando tre ministeri e la prefettura di Agrigento per un fermo dichiarato illegittimo della nave allora comandata da Carola Rackete. A guidare il coro contro i giudici è di nuovo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che per la seconda sera consecutiva diffonde sui suoi social un video in cui attacca i magistrati che assumono decisioni che non le piacciono, evocando – come ormai in modo rituale – “una parte politicizzata della magistratura” che “è pronta a mettersi di traverso?“. Naturalmente anche il suo vice Matteo Salvini – che all’epoca dei fatti era ministro dell’Interno – ha colto l’occasione per parlare di “un vero e proprio premio per aver forzato un divieto del governo”. Tutto questo nel giorno in cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è presentato a sorpresa alla seduta ordinaria del Csm per richiamare al “rispetto vicendevole” tra le istituzioni, monito che probabilmente al governo pensano sia destinato al solo ministro della Giustizia Carlo Nordio. Ai vertici del governo risponde il presidente del tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini: “La sentenza del Tribunale di Palermo è stata emessa da una magistrata competente e preparata, dopo l’esame del materiale probatorio e il contraddittorio tra le parti. Come ogni decisione è impugnabile. Denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito, magari senza neppure conoscerne le motivazioni, non ha nulla a che vedere con quel diritto di critica delle decisioni giudiziarie che va riconosciuto ad ogni cittadino”.