Non è doping, non c’è nulla nel sangue. Eppure la squalifica c'è. Parliamo di Pfas nella sciolina. Alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 compare per la prima volta il tentativo di falsare le performance attraverso l’attrezzatura, al posto del corpo. Tre atleti, infatti, sono stati esclusi per la presenza di sostanze chimiche nella sciolina applicata su sci e tavole da snowboard. Sono le sostanze per- e polifluoroalchiliche, cioè sostanze chimiche in grado di durare a lungo e per questo vietate per il loro impatto sul territorio.L’atleta giapponese Masaki Shiba è stato fermato dopo lo slalom gigante parallelo: la sua tavola è risultata positiva ai controlli. Le fondiste sudcoreane Han Da-som e Lee Eui-jin sono state escluse dalla sprint classica per la stessa irregolarità. Non si tratta di sostanze che potenziano i muscoli o alterano i parametri biologici. I Pfas riducono l’attrito e fanno scivolare meglio gli sci sulla neve, soprattutto quando è maggiormente sciolta e umida, per via delle temperature elevate. Un vantaggio tecnico, ma con un prezzo ambientale che il mondo degli sport invernali ha giudicato inaccettabile.La prima volta olimpica, ma con precedentiLa decisione presa alle Olimpiadi di Milano Cortina non arriva dal nulla. Nel 2023 la Federazione internazionale sci e snowboard (Fis) ha vietato le cere contenenti Pfas nelle competizioni internazionali, introducendo test regolari sull’attrezzatura. A spingere verso il divieto sono stati anche i rilievi ambientali: concentrazioni elevate di queste sostanze nel suolo delle stazioni sciistiche e lungo le piste dopo le gare. Nello stesso anno, in Coppa del Mondo, la norvegese Ragnhild Mowinckel era stata squalificata per un eccesso di fluoro sugli sci, oltre i nuovi limiti. Un campanello d’allarme. Ma è con Milano Cortina 2026 che il divieto entra nella dimensione simbolica più ampia: quella olimpica.Non è solo una questione di regolamento. È un cambio di paradigma e per James Kirkham, glaciologo e scienziato del clima dell’International cryosphere climate initiative ha un valore che supera l’ambito sportivo: “È una incoraggiante dal punto di vista ambientale – spiega l'esperto –. Spero farà aumentare la consapevolezza delle semplici misure che i singoli individui possono adottare per limitare il proprio impatto ambientale mentre praticano sport invernali a livello ricreativo”.Non è solo una norma per professionisti, dunque, ma un messaggio che scende a valle, fino agli sciatori amatoriali.Andrew Simms, co-direttore del New weather institute, interpreta la vicenda come un test di coerenza per le istituzioni sportive. La definisce “una la dimostrazione di come gli organismi sportivi possono agire di fronte a problemi ambientali urgenti”. E aggiunge: "Se i giudici sportivi possono insistere affinché gli atleti cambino la sciolina utilizzata sugli sci perché inquinante, sicuramente gli stessi organi di governo, come il Cio e la Fis, possono cambiare i loro sponsor il cui inquinamento da combustibili fossili minaccia il futuro stesso di questo sport” .Il punto per lui non è la cera in sé. È la capacità dello sport di riconoscere che la propria sopravvivenza dipende da un ambiente che sta cambiando.Vorrei (un'altra sciolina), ma non possoDopo la squalifica, Shiba ha pubblicato una lunga dichiarazione su Instagram lo scorso 9 febbraio, spiegando di non essere mai risultato positivo ai controlli nelle gare precedenti e di aver sempre utilizzato la stessa composizione di sciolina durante la stagione.Nel post, lo snowboarder giapponese sottolinea anche le difficoltà logistiche incontrate nel villaggio olimpico e rivendica la propria correttezza sportiva, pur riconoscendo la legittimità della regola. In Corea del Sud, secondo il Korea JoongAng Daily, il Comitato olimpico nazionale ha parlato di un errore del fornitore; il produttore Hayashi Wax ha indicato l’uso accidentale di una cera diversa da quella prevista.Al di là delle responsabilità nei singoli casi, il tema dei Pfas nella sciolina e nello sci sembra il replay di dinamiche già viste in molti altri settori industriali. Sono sostanze altamente performanti: respingono l’acqua, riducono l’attrito, migliorano l’efficienza. Applicate alla sciolina, permettono alla soletta di scivolare meglio sulla neve, soprattutto quando il manto è umido o trasformato, aumentando la velocità in modo significativo. In gare che si decidono per pochi centesimi di secondo, anche una variazione minima nella scorrevolezza può cambiare la classifica. Funzionano, ed è proprio questo il problema. Garantiscono un vantaggio concreto – più velocità, più resa, più affidabilità – e rinunciarvi diventa difficile, anche se il costo ambientale è palese.La loro diffusione, infatti, non è rimasta confinata all’élite agonistica: per anni queste cere sono state usate anche dagli amatori anche per via della loro semplicità nell'applicazione. In effetti basta un ferro che scioglie il prodotto per fissarlo alla soletta, ma lo stesso calore rende le sostanze che lo compongono più volatili, aumentando l’esposizione per tecnici e sciatori. Ed è qui che la questione tecnica diventa ambientale e sanitaria.Quando la voglia di velocità non è una vittoriaI Pfas sono sostanze estremamente persistenti: non si degradano facilmente, si accumulano nel suolo e nelle acque e possono entrare nella catena alimentare. L’esposizione prolungata è stata associata a tumori, indebolimento del sistema immunitario, riduzione della fertilità e disturbi comportamentali. Kirkham sottolinea un aspetto spesso trascurato: “La neve cattura efficacemente i pfas dall’atmosfera, e la contaminazione è stata rilevata in luoghi remoti come l’Artico, l’altopiano Tibetano, il monte Everest e persino nelle carote di ghiaccio antartiche. Con il riscaldamento globale e il restringimento della criosfera, queste sostanze possono essere rilasciate da neve, ghiacciai e permafrost in scioglimento verso gli ecosistemi a valle, creando sfide senza precedenti. È urgente approfondire l’impatto dei Pfas negli ambienti polari e montani per sviluppare strategie di gestione efficaci”.La quantità rilasciata dall’attrezzatura sportiva è minima rispetto alle emissioni industriali globali, ma non irrilevante. La Fondazione Milano Cortina 2026, la Fis e il Comitato olimpico internazionale non hanno ritenuto di commentare quanto avvenuto ai tre atleti. Ma il “no” ai Pfas che i Giochi olimpici di Milano Cortina 2026 hanno detto davanti a miliardi di persone in tutto il mondo dimostra che lo sport può correggere la rotta. Che le prestazioni non possono andare a svantaggio dell’ambiente. E che chi lo danneggia, non può più vincere, anzi deve cambiare formula. Del resto, le alternative esistono.