«La nostra bandiera è rossa, bianca e blu, ma la nostra nazione è un arcobaleno: rosso, giallo, marrone, nero e bianco, e siamo tutti preziosi agli occhi di Dio»...

Se c’è qualcuno a poter dire di essere stato allievo di Martin Luther King era lui, lui che per primo forse nella storia provò concretamente a mettere insieme neri, bianchi, asiatici, latinos, e persone LGBT, allora totalmente discriminate e non riconosciute. Ora che se n’è andato, a 84 anni, dopo un breve ricovero in ospedale l’altro giorno, si misurerà presto quanto mancherà Jesse Jackson agli Stati Uniti, l’uomo che nella comunità afroamericana tutti chiamavano, semplicemente, “il reverendo” – come se non ce ne fosse stato né ce ne potesse essere un altro. E mai come adesso le parole pronunciate nella dichiarazione che comunica la sua scompara sembrano vere e non enfatiche, «il suo incrollabile impegno per la giustizia, l’uguaglianza e i diritti umani ha contribuito a plasmare un movimento globale per la libertà e la dignità. Instancabile agente del cambiamento, ha dato voce a chi non aveva voce – dalle sue campagne presidenziali negli anni ottanta alla mobilitazione di milioni di persone per registrarsi al voto – lasciando un segno indelebile nella storia». Il reverendo dava voce a chi non ce l’ha.