Di sovranità digitale fino a qualche anno si parlava poco. Poi il mondo è cambiato. O meglio: è cambiato l'inquilino della Casa Bianca. E così, viviamo in un'epoca in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è diventato – di fatto – il nuovo “responsabile marketing” di una serie di aziende un tempo di nicchia, ma finite all'improvviso nell'occhio del ciclone. Una battuta? Certo. Ma se capita di ascoltarla diverse volte e in modo del tutto indipendente, negli ambienti dove si progettano software, allora si comincia a intravedere un fondo di verità. E una storia da raccontare. Dove alle preoccupazioni geopolitiche si mischia l’inevitabile entusiasmo che gli imprenditori provano quando la situazione si mette inaspettatamente a proprio favore. Un'eccitazione che si percepisce.Per un cloud federato ed europeoLe cose stanno più o meno così: grazie al commander in chief e alle sue esternazioni incontrollate e riprese da tutti i mezzi d'informazione, ovunque nel mondo, da un anno a questa parte, il tema della sovranità digitale (se suona male, possiamo definirla autonomia) ha cominciato a farsi strada nell’agenda di utenti e organizzazioni. Secondo un rapporto della società di consulenza Gartner, il 61% dei direttori informatici e degli IT manager dell’Europa occidentale sta puntando ad affidarsi maggiormente a provider cloud locali o regionali per motivi geopolitici. Non solo. A marzo 2025 una lettera per la creazione di un cloud federato e sovrano continentale ha visto la firma di un centinaio di imprese, con dimensioni che spaziano dalle piccole e medie imprese di settore a giganti industriali, come Airbus.Il caso del procuratore Kharim KhanIl timore è sempre lo stesso, per tutti. Washington può davvero staccare la spina ai dati, chiudere gli account, entrare nella corrispondenza? Sì ed è già accaduto. Per esempio nei Paesi Bassi, per la precisione all'Aja, che si definisce città della pace e della giustizia per la folta presenza di organizzazioni e istituzioni internazionali. Ma che è stata al centro di un braccio di ferro tra Microsoft e il procuratore capo della Corte penale internazionale Kharim Khan.Khan è colui che, nel maggio 2024, ha emesso un mandato d'arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Nethanyahu e del suo ministro della Difesa Yoav Gallant: per questo è finito nel mirino dei falchi dell'amministrazione statunitense. Grazie alla legislazione emanata da Trump, i funzionari hanno ottenuto che il colosso fondato da Bill Gates chiudesse all'improvviso l'account di posta elettronica di Khan, lasciandolo senza servizi web e senza la cronologia degli scambi. Peraltro finita in mano a chissà chi.Il gigante di Redmond non poteva non adeguarsi: cittadini e imprese statunitensi rischiano conseguenze serie, e persino l’arresto, se forniscono “supporto finanziario, materiale e tecnologico” a chi viene identificato come pericoloso per la sicurezza nazionale.La base legale si chiama Clarifying lawful overseas use of data (CLOUD) Act e forza le società statunitensi a condividere dati in caso di indagine, anche quando sono detenuti da altre organizzazioni. E anche quando queste hanno sede all'estero. Così la Cpi ha deciso di rivolgersi a un altro provider privato, localizzato in Europa. E una legittimazione di peso per una scelta che non è facile, ma appare sempre più necessaria.La necessità di affidarsi a software made in EUCon il Cloud Act “gli Stati Uniti hanno passato il Rubicone”, dice a Wired Italia Maarten Roelfs, imprenditore impegnato nel lancio della suite Office.eu. Che, sin dal nome, chiarisce dove intende posizionarsi: l'idea è sfidare il più noto pacchetto a stelle e strisce. Roelfs non si preoccupa di questioni legali legate all'omonimia. La suite, spiega, è al 100% europea e basata su un'architettura Nextcloud, “con una serie di personalizzazioni”. Gli unici dati personali raccolti, recita la privacy policy, si limitano all'indirizzo di posta elettronica fornito per iscriversi alla mailing list.Roelfs si aspetta un mercato potenziale da 500 milioni di persone per il suo prodotto, “quasi il doppio della popolazione americana”, dice. La promessa è fare meglio del concorrente guidato da Satya Nadella. Non sarà facile. Anche perché il problema è convincere il pubblico ad affrontare il pauroso viaggio chiamato cambiamento, migrazione: spesso è la pigrizia mentale e la necessità di sicurezza a tenerci inchiodati ai vecchi fornitori. Per questo, dice, si lavora sul servizio clienti.“L'ostacolo principale è la mentalità", prosegue Roelfs. "Le persone generalmente sono riluttanti a cambiare software o fornitore di servizi di telecomunicazione anche se sanno che possono ottenere di meglio altrove. Ma, oggi, la situazione è diversa. Se la sovranità dei tuoi dati è minacciata, può inficiare tutta l'operatività dell'azienda. La nostra priorità è dimostrare che offriamo lo stesso livello di qualità dei fornitori statunitensi incumbent e un prezzo uguale o inferiore. Vogliamo rendere il cambiamento più facile possibile per le aziende”.In Italia, ci prova CubbitAlessandro Cillario, co-fondatore e co-amministratore delegato della bolognese Cubbit, è sulla stessa linea: “Da un lato, c'è chi dice che è impossibile, e ha paura di spostare tutto su tecnologia europea. Del resto, c'è da dire, nessuno è mai stato licenziato per aver comprato tecnologia americana”. Dall'altro lato, però, “c’è chi si rende conto che lo scenario è cambiato, e questi ragionamenti erano sensati fino a ieri".Cubbit, prosegue Cillario, “sviluppa soluzioni di archiviazione cloud con tecnologia 100% europea, dalla massima sovranità, flessibilità e resilienza. Al cuore c'è un sistema in cui ogni dato viene ‘polverizzato’, ovvero cifrato, frammentato e replicato su più sedi geografiche scelte dall’utente — mai esposto per intero e sempre accessibile. Le imprese possono installare la tecnologia sulle proprie infrastrutture come hardware e data center oppure accedere ad un servizio di archiviazione cloud geo-distribuito completamente gestito, ospitato sui data center dei nostri partner certificati”.Anche in questo caso, l'idea è essere un'alternativa. Partita come società che produceva hardware, oggi il modello di business è cambiato e “siamo al 100% una software company”, afferma il manager.Quarantacinque dipendenti, presenza in diversi paesi esteri tra cui Germania, Paesi Bassi, Brasile, India. La società, nata nel 2017, è rimasta in mano ai fondatori. E punta a sfruttare lo slancio del momento. In dieci anni dalla fondazione il mondo è cambiato. “In Europa per molto tempo si è latitato su startup e innovazione", prosegue Cillario. "L’unico ad avere una visione complessiva era il presidente francese Emmanuel Macron. Ma Trump, guerra in Ucraina, e geopolitica hanno ridestato l’attenzione della Commissione europea. Ursula von der Leyen che fino a 18 mesi fa non citava quasi mai con attenzione le startup, adesso sta prendendo posizione su temi cui riserva grande attenzione, e questo sposterà di certo un pezzo del mercato. Possiamo discutere, se vuole, quanto grande, ma di certo lo farà. L’Europa è un po’ lenta, ma quando si muove fermarla è difficile”.Il divario tra le due sponde dell'Atlantico si sta allargando a vista d'occhio. Non è detto che sia un male.
Se la necessità di una sovranità digitale europea viene presa sul serio, il cambiamento non fa più paura
Quello europeo è un mercato potenziale di quasi mezzo miliardo di persone, per questo le esternazioni di Donald Trump stanno spingendo imprenditori e clienti a fare il passo verso il cambiamento, la migrazione. Il caso di Cubbit






