Proviamo a immaginarci questo scenario: a causa dell’aggravarsi delle tensioni geopolitiche tra Unione europea e Stati Uniti d'America, la nostra sovranità digitale diventa terreno di scontro. Donald Trump ordina alle big tech a stelle e strisce di sospendere immediatamente tutti i servizi erogati a istituzioni, aziende e cittadini europei. Dal cloud alle email, dai social network ai motori di ricerca, dai sistemi di intelligenza artificiale ai programmi di scrittura: tutto si blocca. L’Unione europea precipita in un blackout digitale.È uno scenario plausibile? Al momento è decisamente improbabile perché comporterebbe enormi costi per gli stessi Stati Uniti – ma purtroppo la risposta è che la Casa Bianca potrebbe farlo. Potrebbe ordinare alle aziende statunitensi che erogano servizi digitali (come Google, Amazon, Microsoft, Apple, Meta e tutte le altre) di interrompere i servizi verso l’Europa.Cosa accadrebbe se non avessimo più Amazon, Google o Microsoft?“Dati critici diventerebbero inaccessibili, i siti web sarebbero oscurati e servizi essenziali, come l’infrastruttura informatica degli ospedali, si troverebbero nel caos. È difficile sottostimare il mare di problemi in cui ci troveremmo”, ha spiegato alla Bbc Robin Berjon, esperto di governance digitale e consulente del Parlamento europeo.Alla base di queste preoccupazioni c’è una semplice constatazione: tre aziende statunitensi – Amazon web services (Aws), Google e Microsoft – controllano circa il 70% del mercato del cloud del nostro continente, gestendo di fatto una gran parte dell’infrastruttura delle tecnologie europee. È la vulnerabilità più importante, quella che maggiormente ci espone a potenziali ritorsioni da parte degli Stati Uniti.In una fase in cui i rapporti tra le due sponde dell'Atlantico sono gelidi e in cui l’Europa sta cercando di iniziare il proprio cammino verso la “sovranità digitale europea”, sono le stesse big tech che cercano di rassicurare Bruxelles su questo fronte. Come spiega il Financial Times, “Microsoft, Google e Amazon hanno tutte annunciato delle offerte di cosiddetto ‘cloud sovrano’, progettato per mantenere i dati e il controllo operativo all’interno di una specifica area geografica, rassicurando così i clienti europei”.Promesse a cui è difficile credereMicrosoft ha fatto sapere che, se necessario, porterebbe il governo Usa in tribunale pur di difendere l’accesso dei suoi clienti ai servizi erogati (promessa che si scontra però con quanto avvenuto al procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan, il cui account email di Microsoft è stato sospeso in seguito a un ordine esecutivo della Casa Bianca). Google sta commercializzando delle soluzioni air-gapped, in cui i dati dei clienti non sono connessi ad altri network e non possono quindi essere raggiunti dall’esterno. Amazon ha invece introdotto il suo sovereign cloud, che sarà costruito e gestito interamente in Europa, con infrastrutture localizzate nella Ue e una governance autonoma.Non tutti sono però tranquilli: Max Von Thun dell’Open markets institute l’ha apertamente definito "sovereignty washing”: il tentativo di affrontare preoccupazioni legittime con operazioni di marketing che non risolvono realmente il problema. Per quante rassicurazioni possano fornire, i tre colossi del cloud restano comunque aziende statunitensi, soggette alle leggi statunitensi e obbligate ad adempiere alle richieste del governo – come peraltro esplicitamente previsto dal Cloud Act varato da Donald Trump – anche quando i server coinvolti si trovano fuori dagli Stati Uniti.Un cloud Made in Europe è necessarioC’è insomma un solo modo per rendere il cloud europeo autonomo dagli Stati Uniti: utilizzare l’infrastruttura informatica di aziende europee i cui server si trovano in Europa. Aziende di questo tipo, come le francesi OVHcloud e Scaleway, la tedesca T-Systems e parecchie altre, ovviamente esistono. Al momento, però, la fetta di mercato complessiva servita dall’insieme del cloud europeo è pari solo al 15%. Peggio ancora, questa percentuale negli ultimi dieci anni si è quasi dimezzata, mostrando quanto l’Europa sia addirittura riuscita a fare passi indietro nella sua ricerca di un’autonomia tecnologica.Se anche decidessimo di puntare tutto sul cloud europeo, sarebbe per queste società un’impresa difficilissima riuscire a “scalare” a sufficienza, e in tempi relativamente rapidi, per servire tutto il mercato dell’Unione europea. Secondo le stime del Think tank Chamber of Progress, riuscire in un'impresa del genere richiederebbe un investimento da cinquemila miliardi di euro nel giro dei prossimi dieci anni. Il rischio, inoltre, è che un tale investimento pubblico-privato non dia nemmeno i frutti sperati, come peraltro già dimostrato dall’iniziativa Gaia-X: un network di fornitori cloud che a partire dal 2019 ha provato, finora senza successo, a scalfire il dominio statunitense.Il cloud, in questo discorso che sembra frutto di una sceneggiatura cinematografica, è l’elemento più importante, visto che rappresenta il fondamento dell’infrastruttura informatica. La dipendenza europea dai servizi statunitensi non è però limitata a questo aspetto: dalle email ai social media, dalla messaggistica all’intelligenza artificiale, quasi tutta la nostra vita digitale è gestita da aziende americane e quindi da esse potenzialmente controllabile e influenzabile. A differenza di quanto avviene nel cloud, e pur con qualche compromesso, conquistare una maggiore autonomia in questi settori è però già adesso possibile.Email, archiviazione e non soloPartiamo dai servizi essenziali: email, spazio di archiviazione e altri servizi indispensabili per la nostra quotidianità. Le due aziende europee che in questi campi vengono sempre citate sono entrambe svizzere: Proton e Infomaniak, note anche per la loro attenzione alla privacy. Entrambe offrono servizi email (rispettivamente ProtonMail e Mail) e spazi di archiviazione che rappresentano una valida alternativa a Gmail e Google Drive.Per quanto invece riguarda l’invio di file di grandi dimensioni, Swiss Transfer di Infomaniak si sta ultimamente imponendo, perché consente di inviare file fino a 50 gigabyte. L’alternativa in assoluto più nota è comunque europea, visto che WeTransfer ha il quartier generale nei Paesi Bassi ed è stata acquistata nell’estate del 2024 dall’italiana Bending Spoons.Navigare non è mai stato così… difficileIn questo campo, la situazione si fa già più complessa: non esistono alternative europee per la navigazione online e la ricerca che siano paragonabili ai servizi offerti dalle realtà statunitensi. L’unico browser europeo che gode di una certa notorietà è Opera, sviluppato a partire dal 1995 dalla norvegese Otello Corporation (precedentemente nota come Opera Software). Negli ultimi anni, Opera è tornato a far parlare di sé e ha ottenuto ottime recensioni, conquistando una fetta del mercato europeo limitata ma non irrisoria (per la precisione, il 2,45% del totale).Opera è sicuramente il browser europeo più noto, ma ci sono altre alternative, tra cui per esempio il norvegese Vivaldi, che è stato lodato dal critico tecnologico Paris Marx in un recente blog post dedicato proprio al tema dell’autonomia digitale europea.Per quanto riguarda i motori di ricerca, la situazione è ancora più complessa. L’unica alternativa europea che ha conquistato un po’ di notorietà è il tedesco Ecosia, che promette di investire l’80% dei suoi profitti nella piantumazione di alberi. Il limite principale di Ecosia, almeno ai fini del nostro discorso, è che per il suo funzionamento sfrutta l’indice web di Google. Un limite che potrebbe essere a breve superato, visto che, in partnership con il motore di ricerca francese Qwant, Ecosia ha da poco lanciato il primo indice web europeo (ancora però in fase embrionale).Ci resterebbe solo TikTokQuesto è forse l’ambito in cui effettuare la transizione da servizi statunitensi a concorrenti europei è più complesso. L’unico social media nato al di fuori della Silicon Valley e globalmente noto è ovviamente TikTok. Sarebbe però difficile considerare un passo avanti in materia di sovranità l’utilizzo di un software sviluppato da una società cinese.Di social media europei, invece, non c’è quasi traccia. Fa eccezione Mastodon, la più nota delle piattaforme del fediverso, un ecosistema open source e decentralizzato, privo di pubblicità e rispettoso della privacy. Sviluppato dal tedesco Eugen Rochko, Mastodon ha attratto un certo numero di utenti soprattutto in seguito all’acquisto di Twitter da parte di Elon Musk. Al momento godrebbe di circa 2,5 milioni di utenti: una frazione rispetto alle principali piattaforme social, ma abbastanza da rappresentare un’alternativa valida per chi vuole evitare potenziali invasioni di campo (a livello di policy, censura e manipolazioni dell’algoritmo) da parte delle superpotenze tecnologiche.La faccenda è ancora più complessa per quanto riguarda le piattaforme di messaggistica. In realtà, l’unico servizio di questo tipo extra-USA e abbastanza noto è il sudcoreano KakaoTalk, che da noi è pressoché inesistente (anche se presente sugli app store). In questo particolare ambito potremmo però fare uno strappo alla regola e decidere di usare Signal, la cui sede si trova negli Stati Uniti ma che a livello di protezione degli utenti, riservatezza delle comunicazioni e autonomia politica ha in più occasioni dimostrato di essere l’opzione migliore.Mistral al posto di ChatGPTQuale sia il campione indiscusso dell’intelligenza artificiale made in Europa è cosa ormai nota: Mistral, la società francese in grado di fare concorrenza a ChatGPT e agli altri più blasonati large language model. Mistral, però, non è completamente immune dalla dipendenza statunitense: parte dei finanziamenti arriva infatti da un colosso come Microsoft, mentre per far funzionare i suoi sistemi si appoggia anche a data center di proprietà di Amazon e degli altri colossi del cloud.Recentemente, sempre la svizzera Proton ha lanciato il suo primo large language model: Lumo. Questo sistema di intelligenza artificiale può essere utilizzato anche senza registrare un account, tutte le conversazioni vengono crittografate con il sistema “zero-access” (che impedisce anche all’azienda di leggerle) e – a differenza di quasi tutti i concorrenti – non sfrutta i dati degli utenti per addestrare i modelli. In altre parole, ciò che l’utente scrive resta confinato ai server europei di Proton, senza mai essere inoltrato a terze parti. Tutto il servizio si basa inoltre su modelli open source eseguiti direttamente nei data center europei di Proton, in maniera quindi autonoma da infrastrutture statunitensi.Quindi, è possibile fare a meno degli USA?Con poche eccezioni, e fermo restando il nodo cruciale del cloud, fare a meno della tecnologia statunitense è possibile, anche se in molti casi richiede di utilizzare servizi di qualità inferiore rispetto ai rivali a stelle e strisce (o cinesi). Ed è forse questo l’aspetto che colpisce di più: come ha fatto una superpotenza economica come l’Unione europea (il cui prodotto interno lordo è superiore a quello della Cina) a restare così indietro dal punto di vista tecnologico, legandosi mani e piedi a una superpotenza, gli Stati Uniti, da cui oggi dipende in maniera preoccupante?Ripercorrere le cause che hanno portato a questa situazione sarebbe troppo lungo, la conseguenza invece è evidente: dare forma a una sovranità digitale europea è oggi incredibilmente complesso, soprattutto in un settore “winner takes all” come quello tecnologico, che premia le aziende che riescono per prime a consolidare la loro posizione.Eppure, la sovranità digitale è l’unica strada da seguire. Non solo per conquistare un’inedita autonomia, ma anche per sviluppare un nuovo mercato interno e creare un circolo virtuoso in grado di arricchire l’economia europea. Come ha affermato il fondatore di Proton Andy Yen, “i costi di transizione di breve termine che dovremo pagare per distanziarci dalla tecnologia statunitense non vanno considerati un costo, ma un investimento per il nostro futuro”.
Cosa succederebbe se Trump decidesse di staccarci l'internet?
Dall’infrastruttura cloud fino all’intelligenza artificiale, il nostro continente dipende interamente da servizi digitali a stelle e strisce: una situazione che, nell’attuale quadro geopolitico, comporta enormi rischi






