A volte la vittoria inizia quando tutti ti danno per finito. Nel maggio 1940 Winston Churchill si insedia per la prima volta al numero 10 di Downing Street ma non sembra il coronamento di una carriera brillante. La Wehrmacht sta travolgendo l’Europa, la Francia è in ginocchio, l’esercito inglese scappa da Dunkerque, nello stesso governo di Sua Maestà Giorgio VI c’è chi sussurra la parola «trattativa». Winston non eredita un impero ma una disfatta annunciata. Eppure sceglie di restare in piedi. Non promette vittorie rapide ma i famosi «Sangue, fatica, lacrime e sudore». Ha 65 anni, il suo nemico Hitler solo 51. Churchill non ha le forze terrestri per contrattaccare; risparmia la Royal Navy, si aggrappa alla RAF; per il resto può solo incassare. D’altronde, quando da giovane aveva divisioni da tirare in testa al nemico, non faceva che combinare casini come nel 1915 a Gallipoli (quella turca, non quella di D’Alema).
Stavolta è costretto dagli eventi a una tattica da anziano: guadagnare tempo, difenderlo, trasformarlo in alleato. Tiene a bada i fautori del compromesso, parla alla radio come se fosse su una barricata. Temporeggia e resiste in attesa degli errori dell’avversario. Che arrivano. Il Führer si allarga troppo: nel 1941 Hitler invade l’URSS e gli Stati Uniti entrano in guerra. L’Inghilterra non è più sola. Churchill ha fatto ciò che doveva: restare in piedi abbastanza a lungo perché il mondo cambiasse. La vittoria del 1945 per gli inglesi non nasce dall’assalto ma dalla tenuta.






