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16 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 16:02
Salvate il soldato, nonché presidente dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale. Che in questi giorni le ha prese dalla destra, ma pure dal centrosinistra, dai sindacati e dal sindaco di Bologna. Tanto da ripiegare sull’apertura al dialogo offerta una settimana fa al governo sull’ipotesi di aprire un Centro di permanenza per il rimpatrio a Bologna. Mentre gli alleati, da Avs al M5s, lo bocciavano senza appello, il governo si prendeva il dito, la mano e il braccio. Intanto il partito della premier, con la solita eleganza, gli rinfacciava di non saper tenere a bada la sua giunta. Il governatore tenta ora di uscire dall’angolo dove sembra essersi messo da solo, accusando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi di aver frainteso, dando la cosa per fatta, mentre lui aveva solo cercato di immolarsi per “uscire da un’ortodossia”, come ha appena detto in un’intervista a Cantiere Bologna.
Ma partiamo dall’inizio, dove troviamo il solito dilemma di un centrosinistra che sulla gestione dell’immigrazione non ha una proposta e se si tratta di incrociare il tema con quello della sicurezza, balbetta. Basti sapere che quando la stampa ha chiesto al sindaco di Bologna, Matteo Lepore, se la segretaria Elly Schlein condivide la sua contrarietà all’apertura di un Cpr in città, la risposta è stata la seguente: “Penso che la linea nazionale del Partito Democratico sia molto chiara, di contrarietà alla gestione dell’accoglienza e della sicurezza da parte di questo Governo”. Penso. Così il governatore della Regione ha pensato a sua volta che avesse senso battere un colpo e aprire la discussione col Viminale. “Dall’Emilia-Romagna c’è la voglia di lavorare insieme”, aprendo anche sui Cpr come strumenti per l’espulsione di “soggetti socialmente pericolosi”, ha dichiarato il 10 febbraio.











