Milano-Cortina non sono soltanto le sedi dei Giochi invernali, ma anche due modi di interpretare lo sport. A Milano, precisamente a San Siro, sabato sera si consumava la furbata di Alessandro Bastoni, difensore dell'Inter e della nazionale italiana, che ha simulato un fallo dello juventino Kalulu provocandone l'espulsione. E, come se non bastasse, ha esultato dopo il rosso all'avversario. Meno di ventiquattr'ore dopo, sulla pista di Cortina, Federica Brignone vinceva il gigante e la seconda medaglia d'oro alle Olimpiadi, a distanza di dieci mesi da un infortunio molto serio.
L'impresa è straordinaria e non da meno sono state le parole della sciatrice. Le chiedono con che cosa scambierebbe le due medaglie. E lei, anziché cavalcare il momento, risponde: «Solo per tornare indietro e non avere mai avuto l'infortunio. Non so se potrò più giocare a tennis». Dice: «Non cambierò la mia vita perché ho vinto le Olimpiadi». E, descrivendo le sensazioni mentre spigolava tra i paletti, racconta dello «stato di allerta totale, come quando hai paura di morire». Parole che ricordano quelle di Marco Pantani: «In salita vado così forte per abbreviare la mia agonia».
È esattamente questo il punto: noi, dell'epica sportiva, cogliamo solo il momento finale, la gloria o la delusione, ma ignoriamo cosa sta sotto la punta dell'iceberg. Dal nostro divano non abbiamo la minima idea della sofferenza, delle rinunce, dell'abisso su cui s'affaccia l'atleta quando raggiunge il proprio limite. In una parola, lo sport è l'espressione cristallina del merito. O dovrebbe esserlo. A San Siro non lo è stato. Non siamo di quelli che sparano sul calcio perché è chic, nei giorni della nobili valori olimpici. Il calcio è la magia che riempie gli stadi, salda generazioni, alimenta un'epopea di numeri dieci e mediani, muove un'economia che giustifica certi ingaggi. Possiamo persino ammettere che Bastoni sia caduto sullo slancio: la velocità qualche volta fa brutti scherzi. Ma quando Kalulu chiede al difensore dell'Inter di scagionarlo, Bastoni mente. D'altra parte, siamo convinti che se avesse detto la verità («Non mi ha toccato» o «Non sono sicuro che mi abbia toccato») non ci sarebbe stato il plauso dei suoi dirigenti e dei suoi tifosi. Sarebbe passato per un'anima ingenua, o un traditore ipocrita. L'Inter lo ha protetto, Gattuso lo convocherà in Nazionale, e Massimo Moratti - presidente ai tempi di Calciopoli - se n'è uscito con una frase illuminante: «Juve vittima? La storia dice altro». Metà dei calciofili italiani la pensa come lui.














