C’è una frase – “la scultura non è che l’acqua” – che viene attribuita a Constantin Brancusi, il grande scultore rumeno di cui tra breve ricorrono i 150 anni dalla nascita. Si tratta di poche parole che sintetizzano la sua idea di arte, di scultura in particolare: semplicemente rivoluzione. E tutto il mondo è già al lavoro per celebrare il suo genio infinito.

Fin da bambino, dal fiume Bistrita che scorre a Hobita, la sua cittadina natale, Constantin si divertiva a estrarre grossi sassi, levigati dalle correnti che nel tempo gli avevano dato forme lisce, perfette, impareggiabili. Fu così che Brancusi imparò nell’intimo che cos’è la scultura, anche se avrebbe sempre saputo che la perfezione di quei sassi primordiali non l’avrebbe raggiunta mai. Dopo i primi studi d’arte a Craiova e all’Accademia di Bucarest, e dopo cinque anni trascorsi tra Vienna e Monaco di Baviera, a 28 anni decise di lasciare la Romania e di seguire il proprio destino che l’avrebbe condotto – a piedi! – a Parigi il 14 luglio 1904, in mezzo ai festeggiamenti nazionali.

È l’inizio della sua carriera artistica. Prima lavorò con Auguste Rodin, poi visto che “all’ombra delle grandi querce non crescono che arbusti” – come ebbe a dire allo stesso interessato, Brancusi aprì il suo studio a Impasse Ronsin, una via senza sfondo nel cuore di Parigi. Fu lì che dichiarò guerra alla scultura anatomica che imperversava da circa due millenni e mezzo. Era venuto il momento di archiviare generazioni di scultori che avevano seguito gli insegnamenti di Fidia il greco e di guardare al futuro tenendo sempre ben presente la lezione che quei sassi dalle forme umanamente impossibili tratti dal Bistrita gli avevano insegnato. Da quel momento in poi la scultura non sarebbe stata più la stessa. A Impasse Ronsin furono in molti a suonare il gong fuori dalla porta e a chiedere di entrare nello studio di Brancusi: tra di essi anche il poeta Ezra Pound che nel 1920 definì Brancusi il miglior scultore presente a Parigi.