Siamo stati gli unici ad aver pubblicato il discorso di Marco Rubio a Monaco. Perché Libero deve prima di tutto e di tutti essere il nostro lettore. Si va alla fonte e si legge ciò che gli altri raccontano. Rubio è un politico abituato a misurarsi anche col consenso elettorale ma che mostra una significativa capacità di azione diplomatica. Equiparabile a quella di Henry Kissinger: quest’ultimo però uomo dello stato profondo prima ancora che politico.

Con quel discorso, spiegava ieri il nostro direttore Sechi, Rubio «ha rimesso la chiesa al centro del villaggio». Siamo quindi partiti dalla realtà- il discorso di Rubio- e solo dopo abbiamo riflettuto e commentato. Non è una questione di lana caprina ma metodologica.

«Questa è una mela. Chi non è d’accordo può uscire» è l’aneddoto riferito a San Tommaso d’Aquino; uno dei padri della moderna filosofia. Prima cioè della speculazione ci si confronta con un dato di realtà. E poi si pensa. E Libero questo ha fatto.

Poi a mente fredda il giorno dopo si registrano le reazioni. E si riflette di nuovo. A partire da quelle dei politici presenti in sala mentre il sottosegretario americano parlava. Un anno fa il vicepresidente J.D. Vance era stato durissimo. Il suo discorso pietrificò i presenti. La paura di un secondo schiaffo era palpabile. «Rubio è il meglio che possiamo sperare da questa amministrazione», avrebbe detto un importante ministro europeo presente in sala ai cronisti del Financial Times. Ma coperto dall’anonimato. «Ma è stato comunque molto chiaro nel dire che, se la relazione transatlantica non si è rotta, questa è comunque significativamente diversa da quella a cui eravamo abituati». «Ecco il punto: se rompi le cose, non è così facile rimetterle a posto», ha dichiarato invece un altro anonimo ministro europeo presente tra il pubblico. «Bello che Rubio abbia teso la mano invece di pungerci negli occhi... ma nulla è cambiato».