È la mattina del 13 ottobre 2015 quando le forze dell’ordine bussano alla porta di casa di Mario Mantovani, ad Arconate. Non è una visita di cortesia. Gli agenti sono lì per prelevare l’allora vice presidente di Regione Lombardia e portarlo in cella, a San Vittore.

Le accuse? Abuso d’ufficio, turbativa d’asta, corruzione e concussione. Mantovani resta in cella per 41 - lunghissimi - giorni e poi è costretto ai domiciliari dal 23 novembre 2015 al 14 aprile 2016. In totale 180 giorni.

Condannato in primo grado a 5 anni e 6 mesi, viene assolto in via definitiva in Appello il 14 marzo 2022 (non ci sarà ricorso in Cassazione) con la formula piena de: «Il fatto non sussiste». Una sentenza che arriva, però, sette anni e cinque mesi dopo l’ingiusto arresto. Anni nei quali Mario Mantovani si è trovato a «sfidare un destino tragico», con la forza di chi sa di non aver fatto nulla di male. Una volta che la sentenza di assoluzione passa in giudicato, Mantovani fa ricorso per «ingiusta detenzione». Un atto dovuto, pensa l’esponente di Fratelli d’Italia nel frattempo eletto a suon di preferenze all’Europarlamento. E invece non è andata proprio così...

Onorevole cos’è successo quando è arrivata la sentenza della Corte d’Appello del tribunale di Milano relativa al suo ricorso per ingiusta detenzione?