Le certezze, prima: Simo Said aveva 26 anni, una moglie, un figlio di nove anni. Veniva dal Marocco, non era un tossicodipendente. Questo almeno secondo le testimonianze dei familiari e dallo storico del periodo di detenzione: fra il carcere di Piacenza, dove scontava una pena definitiva a quattro anni per rapina, e il Cpr di Bari, dove era stato trasferito il 21 gennaio scorso per l’intervento di un decreto di espulsione. E dove è poi morto la mattina dell’11 febbraio. Fine delle certezze.
Adesso i dubbi, tanti e diversi, da fugare con l’indagine già avviata dalla Procura: allo stato non è accertata la causa del decesso. L’ispezione cadaverica non ha evidenziato segni di percosse e la causa si è ritenuta di primo acchito quella della morte naturale. Ma una serie di altri elementi, per dirla con il Garante regionale dei detenuti Pietro Rossi, rendono «non del tutto convincente la versione ufficiale». Quali? Simo Said si sente male assieme a un altro recluso nel Cpr di Bari-Palese. Entrambi vengono soccorsi, ma non si sa dopo quanto tempo. Questo perché non c’è un sistema di allarme acustico e le persone migranti hanno un solo modo per farsi notare: agitare le mani nella speranza che dalla control room qualcuno faccia caso ai loro movimenti e venga a verificare quel che accade.







