La condanna di Jimmy Lai a venti annidi carcere, resa nota a Hong Kong nei giorni scorsi, conferma la disumanità del comunismo cinese perché equivale a una condanna a morte (Lai infatti ha 78 anni, è malato e in carcere, dove si trova già da cinque anni, non può curarsi). Ma non è solo l’ennesimo episodio di crudele repressione del dissenso da parte di quel regime. Quello di Lai è, su scala ridotta, un segnale politico simile a quello di Piazza Tienanmen: schiacciando nel sangue le manifestazioni studentesche della primavera 1989 la casta rossa di Pechino comunicò al mondo la sua totale chiusura all’evoluzione democratica che si stava verificando nell’est europeo.

Analogamente, la condanna di Lai rappresenta il definitivo tramonto della speranza, per Hong Kong, di recuperare la libertà perduta, dal 1997, con l’annessione della città da parte del regime comunista cinese. Del resto Lai, che da ragazzo era arrivato poverissimo a Hong Kong, fuggendo dalla Cina di Mao, aveva fatto fortuna come imprenditore e decise di tuffarsi nell’editoria proprio dopo Tienanmen per fare una battaglia di libertà con il giornale Apple Daily. La sua fu una scelta eroica perché già nel 1984 era stato firmato l’accordo fra Regno Unito e Repubblica popolare cinese che condannava Hong Kong, colonia britannica, a passare sotto la sovranità cinese dal luglio 1997. Alla vigilia di quell’evento Lai come editore diventa un motore della ribellione della città che si esprimerà nelle manifestazioni di massa del 2014 e del 2019. Ma il regime comunista, venendo meno agli impegni assunti con la Gran Bretagna, soffocherà progressivamente la libertà. La “Legge sulla sicurezza” del 2020 e l’ultima condanna di Lai sono la doppia pietra tombale. Come si è arrivati a questa ennesima ritirata dell’Occidente? La storia comincia nel 1839 quando scoppia la “guerra dell’oppio” fra la Gran Bretagna e la Cina dove regnava la dinastia Qing.