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L'intemerata sul referendum è l'ultima sbandata di una toga la cui carriera è costellata di innocenti in cella

Nicola Gratteri, chi è costui? La sinistra sente puzza di sconfitta e trova nel ruspante procuratore di Napoli il perfetto capro espiatorio dopo averlo scatenato nei salotti tv. Un magistrato che cerca i boss anche in sogno e sacrifica la vita nella lotta contro una potentissima 'ndrangheta (ai nostri occhi ormai quasi invisibile) è incapace di ipocrisie e bizantinismi da campagna elettorale. "Mafiosi e massoni votano Sì a una riforma che aiuta i ricchi e controlla i pm" è la tipica frase di Nicola da Gerace, classe 1958, "nervi saldi e spalle larghe" per un abito stretto come la religione antimafia in cui ha scelto di essere battezzato: chi non è con me è contro di me, persino dentro questa magistratura a correnti alternate che troppo spesso ne ha maltrattato le ambizioni, anche se l'Anm qualche mese fa ha provato a blandirlo lodando "un contributo che merita rispetto", mentre lui la rimprovera di essersi svegliata tardi sul referendum. Quando si è in trincea non esistono sfumature ma nemici da combattere con pc colabrodo per hacker e armi spuntate ma non meno pericolose: carcere preventivo, intercettazioni a strascico, ordinanze monstre da migliaia di pagine, incompatibili con qualsiasi parvenza di diritto alla difesa e a un processo equo, l'ombrello dell'associazione mafiosa che giustifica ogni stortura del diritto, strategia che gli ha sbarrato la strada da Guardasigilli con Matteo Renzi. La sua vocazione a spaccare in due il Codice e i dibattiti pur di portare a casa un arresto o un titolo è tipica dell'inquisitore vecchio stile, che sia una balla come la storia di Giovanni Falcone icona del "No" o un banale misunderstanding. A lui la separazione delle carriere e il sorteggio in fondo piacciono ("quello della riforma no, è truccato") perché con quei giudici che trovano il cavillo per scarcerare i mafiosi non li ha mai sopportati, la politica è solo l'anticamera dello strapotere mafioso, in Calabria come in Campania. Quando un Csm diviso l'ha mandato a Napoli - la Procura più grande d'Italia e forse d'Europa, con 9 aggiunti, 102 sostituti e 107 procuratori onorari - è arrivato con le scarpe chiodate da padre padrone ("Farò il decisionista, ascolto tutti ma la sintesi la faccio io o non ha senso"), si è messo a scuotere un albero che ai suoi occhi era inoperoso o quasi, perché dopo l'addio di Giovanni Melillo non dava gli stessi, copiosi frutti di Catanzaro, seppur di fronte a una camorra esibita, non rintanata nei bunker. "Se io tollero che su 90 magistrati 20 non lavorino, allora la Procura non funziona", disse al Csm. Non gli piacciono gli show stile Gomorra né chi ci campa come Roberto Saviano ("Se vedo un ragazzino di 15 anni che imita il killer visto nelle serie, io ho fatto un guaio. I minori sono carne da macello e utili idioti per il crimine"), la sua tolleranza zero ha raddoppiato le demolizioni "con gli stessi magistrati", come a dire prima che facevate?.