Dai tempi delle mattanze ne abbiamo fatta di strada: una costante marcia indietro che ci ha permesso di porre fine alle usanze del passato grazie alle nuove tecnologie. Eppure, le balene, i più grandi mammiferi sulla Terra, continuano ad essere minacciate dalle azioni dell’uomo. Secoli fa le cacciavamo per l’olio che illuminava le case, poi mangiavamo i grassi sotto forma di margarina, infine siamo arrivati a una svolta esattamente quarant'anni fa quando, nel 1986, grazie alla convenzione della Commissione Baleniera Internazionale fu vietata la caccia commerciale. Oggi ci sono Paesi che continuano a braccarle, in primis Giappone e Norvegia, ma negli ultimi quarant’anni il numero delle balene è aumentato. Per esempio si stimano oltre 135mila megattere in tutto il mondo, ma ci sono anche specie come le balene franche che sono rappresentate solo da poche migliaia di unità.

BIODIVERSITÀ

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26 Gennaio 2026

Nel frattempo però l’uomo ha abbandonato l’arpione e impugnato le fonti fossili: bruciando costantemente carbone, gas e petrolio le emissioni antropiche hanno ampliato il riscaldamento globale con ripercussioni dirette sui mari. In acque più calde, più inquinate e acide e meno ricche di biodiversità e nutrienti gli ecosistemi dove vivono le balene sono cambiati ed è mutata anche la loro lotta per la sopravvivenza. Oggi nel mondo si celebra la Giornata internazionale delle Balene, nata nel 1980 a Maui, alle Hawaii, per festeggiare il ritorno delle megattere durante la migrazione. Una giornata simbolica in cui ricordarci che dobbiamo insistere nella protezione e conservazione di questi iconici animali e continuare a fare marcia indietro: possiamo provarci con divieti sulla caccia o accordi internazionali come quello scattato quest’anno, il Trattato per proteggere le acque di alto mare, ma servirebbe uno sforzo globale in più anche su un altro fronte, quello della crisi del clima, appunto. Questo perché, racconta bene un recente studio sulle balene franche australi, il nuovo clima può impattare direttamente anche sulla riproduzione dei grandi cetacei. Le balene franche australi sono un chiaro esempio di questi impatti: tra il XIX e il XX secolo erano ormai quasi estinte a causa della caccia. Con lo stop a baleniere e arpioni però riuscirono gradualmente a riprendersi. Negli ultimi dieci anni, attraverso lo studio dei dati, i biologi hanno però nuovamente individuato segnali di declino, soprattutto nei tassi di riproduzione. Il motivo, spiegano gli esperti nel nuovo studio apparso su Scientific Reports, è legato al riscaldamento globale. Gli scienziati hanno infatti individuato un preoccupante “segnale di allarme” nei cambiamenti nell’Oceano Antartico dove le balene franche si nutrono prima di migrare verso le acque australiane in cui si riproducono.