Nelle profondità degli oceani la musica sta cambiando. Per ora regge il "jazz", come quello delle balene dell'Artico, ma altri canti - prodotti dal più grande animale del mondo - si stanno affievolendo, lentamente diminuiscono e non si ascoltano più.
Per gli scienziati è un segnale preoccupante, con una causa ben precisa: le ondate di calore marino, il surriscaldamento dei mari legato alla crisi climatica innescata dall'uomo, sta portando a una diminuzione in certe aree degli oceani della disponibilità di cibo per le balenottere azzurre, costrette a impiegare più tempo a cacciare e meno nelle vocalizzazioni.
L’eco degli oceani
Considerati i mammiferi più grandi del Pianeta, capaci di pesare anche 160 tonnellate e superare i 30 metri di lunghezza, questi straordinari animali stanno subendo gli effetti del surriscaldamento globale e, come risposta, sembrano dunque "cantare" meno. Sia le balenottere azzurre che quelle comuni si nutrono principalmente di krill: i cambiamenti in atto negli oceani, sempre più caldi e acidi, hanno ridotto la disponibilità di krill: secondo uno studio pubblicato quest'anno su Plos One il risultato è stata una diminuzione delle forme di comunicazione fra i grandi cetacei. Per diversi anni, a partire dal luglio 2015, il ricercatore John Ryan del Research Department del Monterey Bay Aquarium Research - che curiosamente ha lo stesso nome e cognome di un noto cantautore - ha registrato i suoni dell'oceano nella California centrale. Grazie a un idrofono ancorato a oltre 900 metri di profondità e un sistema costante di monitoraggio acustico dell'ecosistema Ryan e altri ricercatori stavano cercando schemi nel canto delle balene a seconda delle stagioni e degli anni.







