Nel vecchio Partito comunista italiano, composto da dirigenti seri, un corto circuito come quello di ieri non sarebbe mai potuto accadere. Per tutto il giorno i rappresentanti del campo progressista hanno inneggiato alla sentenza storica che certificava la ricostituzione del partito fascista operata in quel di Bari da una banda di (presunti sino al terzo grado di giudizio) sciamannati picchiatori. Una notizia che per questi esimi leader, privi evidentemente di consiglieri capaci di comprendere il dispositivo di una sentenza, attestava la rinascita del partito mussoliniano sotto le insegne di CasaPound (gli imputati nel processo barese sono in gran parte membri dell’associazione di estrema destra).
Michele Emiliano s’era apparecchiato un (finale?) di carriera di tutto rispetto. Scaduto da governatore, inviso dal neo presidente della Puglia, Antonio Decaro, l’esponente dem era riuscito a strappare al suo successore il ruolo di «consulente giuridico». Una lauta poltrona dai contorni lavorativi non proprio nitidissimi ma con un’imbottitura da 130.000 euro l’anno. Non male come paracadute per chi sognava di correre per un terzo mandato ma che è stato spodestato proprio dall’erede (politico).










