La presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde, rivolgendosi alla plenaria del Parlamento europeo riunita a Strasburgo lunedì 9 febbraio, aveva usato toni talmente diretti da suonare irrituali: “Imploro il Parlamento di andare avanti sull’euro digitale: siete voi a detenere le chiavi della velocità con cui può essere realizzato”. E l’Europarlamento il giorno dopo ha risposto, votando a larga maggioranza due emendamenti che rafforzano il sostegno politico al progetto proprio nel momento in cui sembrava vacillare.Cosa dicono i due emendamenti del Parlamento europeo sull’euro digitaleLa proposta di regolamento sull’euro digitale è nel pieno del suo iter legislativo: la Commissione europea l’ha proposta nel 2023, il Consiglio ha adottato la sua posizione negoziale a dicembre 2025 e nei prossimi mesi si svolgeranno i negoziati col Parlamento. La plenaria, però, martedì 10 febbraio non si è espressa su questo testo. Formalmente, l’occasione era un’altra: la relazione annuale con cui il Parlamento europeo valuta l’operato della Bce.In questo contesto sono stati inseriti due emendamenti, entrambi a prima firma dell’eurodeputato del M5S Pasquale Tridico. L’emendamento 40 “ricorda che la parità di accesso ai servizi di pagamento è essenziale per la partecipazione alla vita economica; […] sottolinea che l'euro digitale online e offline dovrebbe contribuire a salvaguardare l'accesso universale ai pagamenti […] nel pieno rispetto delle norme in materia di privacy e protezione dei dati” e ha incassato 420 sì, 158 no e 64 astensioni.L’emendamento 41, invece, “accoglie con favore le discussioni in corso sull'euro digitale; sottolinea che, in un contesto di accresciuta incertezza geopolitica e di eccessiva dipendenza dalle infrastrutture di pagamento di paesi terzi, […] è essenziale per rafforzare la sovranità monetaria dell'Ue […] e sostenere l'integrità e la resilienza del mercato unico”. Molto simili i numeri: 438 voti a favore, 158 contrari e 44 astenuti.Ma nel concreto, cosa potrebbe cambiare con l’euro digitale?Perché di questo si tratta: di un mezzo di pagamento. Tecnicamente, l’euro digitale è una valuta digitale di banca centrale. A differenza delle stablecoin emesse da soggetti privati, dunque, la Banca centrale europea garantirà che equivalga in tutto e per tutto a monete e banconote (che continueranno a esistere, perché nessuno chiede di eliminare il contante).L’idea è che ciascuno abbia nel suo smartphone un wallet che può ricaricare con una cifra massima che, stando a quanto ipotizzato finora, potrebbe attestarsi sui 3mila euro. Quello diventa un mezzo di pagamento che funziona online e offline e che tutti gli esercenti, nei 27 Paesi membri dell’Unione, sono obbligati ad accettare. Tutto questo senza passare attraverso i circuiti Visa e Mastercard. Società statunitensi che attualmente, secondo le stime della Bce, gestiscono il 65% dei pagamenti elettronici europei.Si riaccende la partita politica sull’euro digitaleDescritto così, sembra fin troppo semplice. In realtà il progetto viaggia su due binari: da un lato lo sviluppo tecnico, affidato all’Eurosistema; dall’altro il negoziato politico tra Parlamento e Consiglio. E se il Consiglio (espressione dei governi nazionali) è piuttosto saldo nel chiedere di andare avanti, proprio in Parlamento le cose si sono fatte più difficili. Il relatore, lo spagnolo Fernando Navarrete Rojas del Partito popolare europeo, negli scorsi mesi ha infatti proposto una bozza completamente diversa che ridimensiona – e di parecchio – l’euro digitale, riducendolo quasi solo all’uso offline.Il dossier si è così arenato alla commissione Problemi economici. Uno stallo che giustifica i toni allarmati di Lagarde e la lettera aperta con cui, a gennaio, decine di economisti e accademici si sono schierati a favore dell’euro digitale, chiedendo di “far prevalere l’interesse pubblico”. Le fonti di Wired Italia confermano che la mossa di Tridico, e dei 47 europarlamentari che hanno voluto questi due emendamenti, ha un valore principalmente politico. I due testi, infatti, sono in aperto contrasto con la visione di Navarrete. E il fatto che abbiano ottenuto un consenso così ampio, anche dalla parte tedesca del Ppe che lo aveva voluto come rapporteur, è un segnale che non si potrà ignorare. Come si evolveranno le cose in Parlamento è tutto da vedere. Ma, rispetto a poche settimane fa, la prospettiva di arrivare al trilogo nella seconda metà del 2026 appare oggi più concreta.