Il «Cime Tempestose» di Emerald Fennell con Margot Robbie e Jacob Elordi si candida agevolmente a essere uno dei casi cinematografici dell’anno. Già dalla diffusione delle prime immagini, infatti, è stato facile capire che il dibattito tra spettatori, addetti ai lavori, appassionati di cinema e di letteratura, sarebbe stato lungo e agguerrito. Si tratta infatti di una rilettura singolare, che si discosta interamente da un classico amatissimo e gli attribuisce significati altri. Non è la prima versione cinematografica di «Cime Tempestose». Al netto della versione filologica e impeccabile del 1992 diretta da Peter Kosminsky con Ralph Fiennes e Juliette Binoche grandi protagonisti, non manca un precedente quanto mai illustre di rilettura a un tempo molto libera e molto fedele. Il capolavoro di William Wyler del 1939, con Laurence Olivier e Merle Oberon. Del romanzo di Emily Brontë in quella pellicola passò poco. Eppure, in altro senso, passò tutto. Il lavoro sulla sceneggiatura di Charles Mac Arthur e Ben Hecht si concentrò su alcuni passaggi del libro, privilegiando il tronco principale della vicenda senza lasciarsi distrarre dai rami laterali, per quanto maestosi e tristemente, goticamente fioriti. Sarebbe lodevole esercizio recuperare quella splendida pagina di cinema lontano. Immergersi nel suo bianco e nero riscoprendone il potere ipnotico. Valutare la qualità strepitosa della sceneggiatura e l’autentico miracolo delle interpretazioni dei protagonisti. Il film è costruito per contrapposizioni. Dall’atmosfera opprimente degli spazi chiusi si trova luce e riscatto all’aria aperta, sulle «Rocce Rosse», come le chiama il doppiaggio italiano per una volta non inefficace. Quei massi di pietra in mezzo alla brughiera sono il «castello» dei giovani Heathcliff e Cathy. Lo raggiungono di corsa, di nascosto, sul tema trascinante di Alfred Newman che sembra trasportarli come un vento. Lo slancio dei passi frettolosi di Cathy in mezzo ai cespugli radi si fa metafora, quintessenza dell’idea di libertà.