Va doverosamente aggiornato, ogni tanto, l’elenco delle vittime di persecuzioni per le quali (quasi) nessuno sembra disposto a scendere in piazza. Lunedì a un uomo di 78 anni, Jimmy Lai, editore cattolico anticomunista di Hong Kong, sono stati inflitti vent’anni di galera da un tribunale guidato da Pechino per attività sovversiva, in base alla legge sulla sicurezza nazionale in vigore nella regione speciale cinese dal 2020. Praticamente una condanna a morte. Protestano l’Onu, Amnesty International, il Segretario di Stato Usa Marco Rubio, l’Unione Europea e il Regno Unito, di cui Lai è cittadino a tutti gli effetti. Inutilmente.

Durante il fine settimana, a Teheran, sono scattate le manette perfino ai polsi degli sciiti “moderati”. Nella rete dei pasdaran sono caduti almeno quattro rappresentanti del Fronte Riformista - organizzazione ombrello che raggruppa 27 formazioni - che aveva appoggiato il presidente Massoud Pezeshkian durante la campagna elettorale del 2024. E, secondo Human Rights Activists News Agency (Hrana), nello stesso tempo almeno 20 persone sono state impiccate, mentre rimangono in carcere 51.591 detenuti, tra i quali oltre cento studenti e studentesse, personalità politiche, esponenti del mondo accademico e attivisti, arrestati durante e dopo le manifestazioni di gennaio contro il regime. Non è consolatorio che non siano stati sterminati come altre decine di migliaia di dimostranti.