Tra il 2006 e il 2026, tra Torino e Milano, tra la prima medaglia e l’ultima di Arianna Fontana ci sono vent’anni di vita, di ghiaccio graffiato, di liti furibonde e di trionfi. Di liti che comunque hanno portato una serie infinita di trionfi. È questo il punto, quando si parla di Arianna Fontana, che ieri si è messa al collo la dodicesima medaglia olimpica a distanza di vent’anni dalla prima. In un Paese che fatica a concedere la gloria a chi non è un personaggio comodo, bisogna dire con forza che Arianna Fontana è una leggenda. Lo era prima di ieri e lo sarà domani. Non è mai stata un’atleta docile. Non è una che rimane al suo posto, che sorride alle telecamere o si fa andare bene tutto in nome della maglia azzurra. Ma questo non toglie nulla alla sua storia. Anzi, aggiunge. Perché nonostante questo è diventata Arianna Fontana.
Ha avuto il coraggio di chiedere, così come la Federazione aveva il diritto di dirle di “no”, cosa in effetti accaduta per anni. E le trattative, anche quelle più dure, ci stanno. Fanno parte del gioco, anche quando nascono da faccende brutte. È il caso di Arianna, il cui filo si ingarbuglia tanti anni fa. Arianna non si limitò a festeggiare le tre medaglie di Pechino 2022, ma denunciò pubblicamente le difficoltà vissute nel quadriennio precedente, puntando il dito contro gli atteggiamenti di alcuni compagni di squadra che, durante gli allenamenti congiunti a Courmayeur, avrebbero cercato di farla cadere deliberatamente. Le parole furono pietre: disse che questi Giochi forse non li avrebbe disputati, o addirittura che avrebbe potuto farlo sotto la bandiera degli Stati Uniti, sfruttando la cittadinanza del marito e coach Anthony Lobello.













