Quando si parla di infarto, ictus e scompenso cardiaco ricordiamo un numero: 12 decessi su 100. Insomma più di una morte su dieci sarebbe legata ad una causa che spesso si sottovaluta o magari nemmeno si individua, la malattia renale cronica. A metterlo nero su bianco è una ricerca condotta dagli esperti dell’Università di New York Langone Health, dell'Università di Glasgow e dell'Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell'Università di Washington, apparsa su The Lancet.
Leggendo queste cifre, viene spontaneo pensare quanto sarebbe importante puntare sulla prevenzione delle patologie dei reni e soprattutto sulla diagnosi precoce, per capire chi è a rischio e quindi prendere le dovute contromisure. Ma è difficile. Perché il rene soffre in silenzio. E magari lancia segnali solo quando la situazione è già grave ed anche il cuore è a rischio, in un “continuum” che magari amplifica i pericoli in presenza di sovrappeso, obesità, diabete.
La ricetta per contrastare questa evoluzione? Due gli ingredienti, prevenzione e diagnosi precoce. Perché oggi ci sono le armi per salvaguardare il benessere dell’unità funzionale del rene, il nefrone. E quindi ridurre i rischi che smetta di funzionare e che l’intero organo si ammali coinvolgendo appunto il cuore in quello che gli esperti chiamano cardio-nefro-metabolismo. Spezzando le catene di un’evoluzione negativa, peraltro, si ottengono due risultati importanti: oltre a favorire il benessere del paziente, si contribuisce a controllare meglio le spese della sanità.






