TREVISO - Ci sono voluti quasi 12 anni e mezzo, ma la sentenza alla fine è arrivata. La giustizia ha infatti presentato ieri mattina il conto a Doina Dragan, romena oggi 31enne, finita davanti ai giudici assieme alla zia (difesa dall’avvocato Catia Salvalaggio e assolta con formula piena per non aver commesso il fatto, ndr) e al padre (la cui posizione è stata stralciata perché tuttora irreperibile) per rispondere dell’accusa di rapina aggravata.
Per il collegio del Tribunale di Treviso, che le ha inflitto una pena di cinque anni di reclusione, è stata lei, il 3 novembre 2013, a sciogliere dei sonniferi nel bicchiere dell’allora compagno, un orafo trevigiano classe 1944, a impossessarsi delle chiavi della cassaforte e del telecomando dell’allarme della gioielleria di Strada San Zeno di cui era titolare, a consegnare il materiale al padre che ha poi svaligiato il negozio (per un bottino complessivo di circa 30mila euro, ndr) e a far sembrare il colpo un normale furto a carico di ignoti.
A mettere i bastoni tra le ruote al processo hanno contribuito, nel corso degli anni, prima le indagini (risultate più complesse del previsto, ndr) e poi i rinvii per colpa del Covid durante il periodo della pandemia, ai quali si è aggiunto anche un incidente accaduto al gip che si era rotto un braccio a udienza preliminare già incardinata. Non da ultima l’entrata in vigore della legge Cartabia: Alexandru Dragan, imputato assieme alla figlia, avendo fatto perdere le proprie tracce non ha mai ricevuto alcuna notifica da parte del tribunale, per cui è stato impossibile processarlo. Le ricerche del 50enne, però, hanno contribuito ad allungare i tempi del procedimento penale per arrivare alla fine a uno stralcio della sua posizione.






