Non sono in carcere e non sono neppure fuori dal sistema detentivo. Sono nel mezzo. In un’area poco raccontata ma molto ampia del radar penale. Da quando Marta Cartabia ha messo mano alle misure alternative alla detenzione, alle sanzioni sostitutive, alle misure di sicurezza e alle misure di comunità, la pena ha cambiato indirizzo. Si è spostata sul territorio, nelle città, si è mimetizzata nella vita quotidiana, è diventata una presenza silenziosa che accompagna chi l’ha ricevuta mentre cammina per strada, prende un autobus, entra in un ufficio pubblico e torna a casa la sera. Oppure mentre torna a commettere reati.
Ci sono trentamila stranieri condannati per reati più o meno gravi che non stanno in prigione ma sono lasciati liberi di circolare nelle nostre città e, spesso, di tornare a delinquere. Il ministero della Giustizia li classifica con una dicitura un po’ oscura, ossia «adulti in area penale esterna», un modo burocratico-ministeriale per dire che semplicemente non sono rinchiusi in una cella.
E così il No starebbe recuperando. A credere a certi sondaggi ci sarebbe una specie di pareggio «tecnico», a patto di dare allo strano aggettivo «tecnico» un senso che non sia quello di mettere un po’ le mani avanti, magari perché al pareggio non ci crede nemmeno chi l’ha scritto. Secondo altri, e sono molti di più, il dislivello non accenna affatto a ridursi.






