“Rioccupare? Quella é una stagione finita ma dobbiamo rimboccarci le maniche per evitare che lo stabile di corso Regina 47 finisca in mano a un’associazione qualsiasi. Daremo battaglia politica affinché si riapra nel miglior modo possibile senza snaturarlo”. Gli antagonisti del centro sociale Askatasuna non hanno dubbi sul futuro della struttura sgomberata il 18 dicembre e lo annunciano nella conferenza stampa per analizzare quanto accaduto il 31 gennaio, durante il corteo Pacifico poi degenerato in violenze e scontri. Non fanno un passo indietro sulla possibilità di far parte del percorso futur dello stabile, nonostante proprio quel 18 dicembre quando sono state trovate sei persone all’interno, il patto con il Comune per renderlo bene comune sia saltato.

Uno stabile per cui, assicurano, “è innegabile che ci interessa come spazio ma non fine a se stesso, bensì per aprirlo alla comunità in modo più ampio possibile”. Il timore infatti è che “si ceda alle logiche di terzo settore o del privato”. A parlare sono Michele, Ludovica e Martina, tre degli autonomi esponenti del centro sociale ma precisano “quell’edificio è un simbolo, Askatasuna non è quell’edificio” ma aggiungono “é una proposta, un metodo, un’attitudine e un atteggiamento che è quello di persone che decidono di mettere come priorità il fatto di volersi attivare nella società con le persone per portare del cambiamento”.