Ci risiamo. Un invito che diventa un caso, un artista che finisce sotto processo prima ancora di salire sul palco, una tempesta di indignazione che si scatena sui social e rende impraticabile ciò che, fino a poche ore prima, sembrava normale amministrazione. È in questo clima che si colloca la rinuncia di Andrea Pucci a una presenza al Festival di Sanremo. Pucci ha parlato di insulti, di minacce, di una spirale di aggressività che nulla aveva più a che fare con il lavoro artistico. Ed è proprio da qui che occorre partire: nessuna forma di intimidazione è giustificabile, a prescindere dalle idee politiche, dalle simpatie o dalle antipatie personali. Questo dovrebbe essere un punto condiviso, preliminare, non negoziabile e invece, sempre più spesso, non lo è. Non è un meccanismo che colpisce solo il mondo della comicità o dell’intrattenimento. Lo si è visto anche in ambiti che dovrebbero essere, per definizione, più impermeabili alla polarizzazione politica. La direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, nonostante prove musicali ampiamente riconosciute come solide ed efficaci, continua a essere oggetto di una contestazione che travalica il giudizio artistico e assume i tratti della gogna mediatica permanente. Anche in questo caso, l’opera e il risultato passano in secondo piano rispetto all’identità attribuita alla persona.
Andrea Pucci, se gli artisti vengono giudicati per quello che pensano | Libero Quotidiano.it
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