Siamo davvero “programmati” per vivere più o meno a lungo? Una nuova analisi su Science rilancia la domanda con un numero che fa rumore: circa metà della durata della vita dipenderebbe dalla genetica, se togliamo di mezzo le morti “per sfortuna”.
Per anni, le stime di ereditabilità della longevità umana sono sembrate sorprendentemente basse: 20–25% nei classici studi sui gemelli, addirittura ~6% in alcuni grandi studi genealogici. Eppure l’intuizione comune – famiglie di centenari, parenti che “invecchiano bene” – suggeriva che i geni contassero di più. Il punto, spiegano Ben Shenhar e colleghi, è che la longevità è un tratto “strano”: non è come l’altezza o la pressione, perché è pesantemente contaminata da cause di morte esterne al corpo. Incidenti, violenze, infezioni oggi banali ma un secolo fa spesso fatali: tutto questo è “mortalità estrinseca”.
Grasso e menopausa, non conta solo quanto ma quale
I gemelli
E se nei database storici manca la causa di morte (spesso c’è solo l’età), il segnale genetico si diluisce come una stazione radio disturbata. Immaginate due gemelli identici: uno arriva a 90 anni, l’altro muore a 30 di colera o tifo. Se io guardo solo i numeri “90 e 30”, concludo che i geni contano poco. In realtà sto mischiando due partite diverse: la vulnerabilità interna legata all’invecchiamento (mortalità intrinseca) e la probabilità di essere travolti da un evento esterno (mortalità estrinseca). Il lavoro propone un modo elegante per separare le due cose anche quando il certificato di morte non c’è: un modello matematico che sfrutta l’andamento tipico della mortalità nel tempo. Dopo l’adolescenza c’è una fase “piatta” in cui pesano di più incidenti e infezioni; poi arriva la salita che aumenta in modo quasi esponenziale con l’età (la componente biologica dell’invecchiamento). Nei nati tra fine ’800 e inizio ’900 la quota “estrinseca” era enorme; oggi è molto più bassa grazie a igiene, antibiotici e sanità pubblica.






