Coerenza o linea dura, il succo non cambia. Alla Corte di Cassazione, che venerdì ha accolto il testo del quesito proposto dal fronte del No, il governo risponde rifiutandosi di spostare il referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, che resta fissato per il 22 e 23 marzo. Lo fa sapendo che la decisione potrebbe essere impugnata davanti al Tar e alla Corte costituzionale. Il Pd parla di «tracotante arroganza», ma non trova sponde in Sergio Mattarella, che prima si consulta al telefono con Giorgia Meloni e poi fa sapere di ritenere la posizione del governo «giuridicamente ineccepibile».
Il presidente della repubblica accetta la proposta dell’esecutivo ed emana subito un nuovo decreto di «precisazione», con cui si limita a correggere la domanda che gli elettori troveranno sulla scheda.
Questa sarà integrata con la formulazione chiesta dai quindici esponenti della “società civile” (in realtà ex magistrati e accademici di sinistra) che avevano raccolto le firme per chiedere di sottoporre la riforma Nordio al giudizio del popolo.
Viene così vanificato il tentativo di far slittare il voto, che era il vero scopo dell’iniziativa. La consultazione popolare per confermare una riforma della Costituzione, infatti, può essere chiesta sia da un quinto dei membri di una Camera (cosa che maggioranza e opposizione hanno fatto subito nei due rami del parlamento), sia da cinquecentomila elettori, come ha fatto il “comitato dei quindici”.







