C’è un Sud del vino che non ha più bisogno di rivendicare attenzione, ma che oggi chiede ascolto per la complessità del suo racconto. Beviamoci Sud Roma 2026 lo ha dimostrato con chiarezza, restituendo l’immagine di una viticoltura matura, consapevole, capace di parlare attraverso territori, denominazioni e stili senza semplificazioni. Negli spazi del The Westin Excelsior, l’evento si è confermato una piattaforma di riferimento per operatori e appassionati, capace di leggere il Mezzogiorno come sistema e non come somma di singole eccellenze. In questo contesto, i vini e gli spumanti dell’Etna sono stati tra i protagonisti assoluti della manifestazione, al centro di degustazioni molto partecipate.
A inquadrare il percorso è stato il presidente del Consorzio Etna Doc, Francesco Cambria, che ha richiamato subito un dato chiave: “L’Etna Doc rappresenta appena l’1,4% della superficie vitata regionale. È una dimensione voluta, che ci permette di lavorare sull’identità e non sulla quantità”. Un’identità che nasce da un territorio tutt’altro che uniforme, fatto di versanti diversi, altitudini comprese tra 400 e 1000 metri, suoli vulcanici di età differenti e microclimi estremamente variabili. “Le Contrade, oggi 133 menzioni geografiche, non sono un esercizio di stile - ha sottolineato Cambria. Sono uno strumento di precisione, che aiuta a leggere il territorio e a raccontarne le differenze”. Centrale anche il tema della viticoltura. “Sull’Etna l’alberello non è folklore, ma una necessità. È una viticoltura faticosa, manuale, che privilegia equilibrio e profondità rispetto alla resa”. Dopo il drastico calo del 2023, segnato dalla peronospora, la denominazione è tornata a crescere, attestandosi intorno ai 5,8 milioni di bottiglie. Lo sguardo è rivolto al futuro: sostenibilità, aggiornamento del disciplinare, ricerca sulle varietà reliquia e un lavoro di zonazione sempre più approfondito.






